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Scritto da Paolo Corsi   
Domenica 06 Dicembre 2015 13:37
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Ultimo aggiornamento Lunedì 27 Marzo 2017 18:06
 
TONIN BELLAGRAZIA PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Paolo Corsi   
Mercoledì 22 Agosto 2018 15:53

Allestimento classico ma con un approccio moderno. Spettacolo sobrio e scorrevole. Buone le interpretazioni, con qualche passaggio sopra le righe.

La Compagnia Giorgio Totola di Verona festeggia quest'anno il suo 30° anniversario con la ripresa di Tonin Bellagrazia di Carlo Goldoni, in scena in questi giorni al Cortile Arsenale. Un omaggio all'attore e regista, di cui la compagnia porta il nome, che per anni è stato una significativa figura nel panorama teatrale italiano, nonché capostipite di una famiglia di artisti che ne proseguono l'insegnamento.
La commedia, nota anche con il titolo Il frappatore, è del 1745 e probabilmente non rappresenta la miglior espressione dell'arte del grande commediografo veneziano. Scritto su richiesta di un comico conterraneo che voleva una parte su misura, tale da esaltare la sua eccellenza in certe caricature, il testo ruota attorno alla figura di Tonin Bellagrazia, uno sprovveduto borghese un po' tonto, che si compiace di stare in mezzo ai nobili. Questi, ingolositi dalle di lui ricchezze, se ne fanno beffa sfruttandolo e svillaneggiandolo. Ma lui sembra non accorgersene, o comunque non curarsene, rimanendo sempre felice e contento, un'anima bella e pura, al confronto di quelle ciniche e corrotte degli aristocratici che lo circondano. La figura di Tonin sarebbe drammaturgicamente solo di contorno agli intrecci tipicamente goldoniani degli amorosi, dei padroni e dei servi, presenti anche in questa commedia, ma è talmente forte il suo impatto scenico, che ogni momento e ogni situazione ne subiscono l'influenza, persino quando il nostro non è nemmeno in scena. Ne fa un po' le spese anche l'onnipresente figura di Arlecchino, al quale Tonin ruba la leadership della traccia squisitamente comica dell'opera, relegandolo a un ruolo insolitamente marginale, per quanto sempre efficace e funzionale.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Agosto 2018 19:32
 
IL METODO GRÖNHOLM PDF Stampa E-mail
Scritto da Paolo Corsi   
Martedì 07 Agosto 2018 16:05

Buona prova di Estravagario Teatro, alle prese con la sfida del “teatro di parola” di Jordi Galceran

La definizione “teatro di parola” è di per sé un ossimoro, assodato che il teatro è soprattutto “azione”. Ma se ben costruiti, i dialoghi e le battute possono indurre un moto virtuale, comunque percepito come azione, tanto che le azioni vere e proprie possono essere ridotte ai minimi termini. Ma rimane un'operazione rischiosa, di sicuro molto più difficile di un teatro che, al contrario, può scegliere di fare a meno delle parole.
Evidentemente affezionata alle sfide, la compagnia Estravagario Teatro di Verona, dopo essersi cimentata con successo nel teatro di pura azione (il loro Balera Paradiso di qualche anno fa, dove non si spiaccicava una parola che sia una per tutte le due ore di spettacolo), ha deciso questa volta di prendere la direzione opposta, portando in scena Il metodo Grönholm del drammaturgo catalano Jordi Galceran.
La piece è una spietata illustrazione di un altrettando spietato metodo di selezione del personale, che mette alle strette con invadenza i candidati, sottoponendoli a pressione, sfidandoli ed umiliandoli in quella che può considerarsi una gara di resistenza in un perfido gioco psicologico.
A quattro candidati, una donna e tre uomini, di fatto rinchiusi in una piccola sala riunioni sorvegliata da telecamere (a loro insaputa), vengono proposti una serie di “esercizi” di selezione finalizzati all'individuazione del candidato idoneo all'assunzione in una grande azienda del settore dell'arredamento (la “Dekia”, riferimento esplicito alla nota casa svedese di mobili a basso costo). Attraverso dei monitor un'impiegata dell'azienda comunica, di volta in volta, le prove a cui sottoporsi, liberamente, ma con la pena dell'esclusione al primo rifiuto.
A ben guardare, una situazione che è più vera di quel che si può credere e inquietante quanto basta, proprio grazie alla verosimiglianza. Per certi versi lo spettacolo evoca la stessa inquietudine degli episodi della serie “Black mirror”, in sospensione tra la consapevolezza della forzatura nella finzione e il vago timore che potrebbe benissimo non essere affatto una finzione. I dialoghi sono ben costruiti e le battute azzeccate, per un mix di comicità e senso del tragico che tiene lo spettatore sulla corda.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Agosto 2018 19:33