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Scritto da Paolo Corsi   
Domenica 06 Dicembre 2015 13:37
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Ultimo aggiornamento Lunedì 27 Marzo 2017 18:06
 
LA CUCINA PDF Stampa E-mail
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Scritto da Paolo Corsi   
Mercoledì 07 Dicembre 2016 12:36

TLa Cucinaante portate non soddisfano il palato

Successo a metà per “La cucina” di Wesker della nuova Compagnia Regionale diretta da Marco Bernardi

Arnold Wesker è uno dei più importanti rappresentanti della corrente del “new drama”, che tra gli anni '50 e '60 ha proposto un nuovo modo di fare teatro, più attento ai contenuti che alla forma, strumento di critica al sistema economico e sociale del periodo. Secondo questa nuova visione della funzione del teatro nascono opere come La cucina, dove lo spazio ristretto e circoscritto della cucina di un grande ristorante è il contenitore di un microcosmo di un'umanità variegata, che vive e condivide i propri sentimenti e i propri drammi. Una folla di cuochi, camerieri, sguatteri di nazionalità e di età diverse, forzati a condividere lo stesso spazio, sono pure spinti a palesare sentimenti, passioni, frustrazioni, l'intimità del proprio animo, dentro dinamiche solidali e conflittuali allo stesso tempo. Niente più che il racconto di un'ipotetica e verosimile giornata di lavoro di questa piccola comunità, totalmente a sé stante, osservato da fuori come si osservano al microscopio le interazioni tra diversi agenti e reagenti, del tutto ignare di essere osservate e perciò incondizionate e affatto motivate a rendere un racconto consistente. Infatti, se si eccettua il prevalere della figura e della storia di Peter, il giovane tedesco addetto al pesce, si può dire che non c'è alcuna storia e che di fatto non succede un bel niente. Solo un via vai indaffarato, tra piatti, ordinazioni, azioni, battute e battibecchi. Il testo vorrebbe fare di questa situazione una grande metafora dell'esistenza, dove la cucina rappresenterebbe il mondo intero. I condizionali però sono d'obbligo, perché non è facile portare a termine un'operazione così complicata, servendosi di una non-storia, privandosi di quegli strumenti che il teatro offrirebbe per lanciare esche allo spettatore, o almeno qualche sussulto che lo renda partecipe, piuttosto che lasciare tutto sul piano concettuale e lasciare a chi guarda l'onere di una lettura sottotraccia da farsi con davvero pochi strumenti a disposizione. Lo spettacolo messo in scena dalla neonata compagnia regionale, frutto della collaborazione del Teatro Stabile di Bolzano, del Coordinamento Teatrale Trentino e del Centro Servizi Culturali Santa Chiara, con la regia di Marco Bernardi, fatica molto a far emergere la metafora, riuscendo a farsi apprezzare per lo più sotto l'aspetto prettamente tecnico. L'intero cast, selezionato tra artisti regionali, è davvero preparato: efficaci le caratterizzazioni, ottimi i sincronismi dettati dalla regia, così come le controscene cui singoli e gruppi sono costretti, avendo in scena fino addirittura una ventina di personaggi contemporaneamente. Bravi non solo nelle scene ove il ritmo e la tensione giungono a livelli parossistici, ma anche nel momento della pausa pomeridiana, dove nella quiete momentanea sono le riflessioni e le indagini introspettive più accurate a prendersi lo spazio. A ben guardare, colui che ci si sarebbe potuti attendere quale “mattatore”, il navigato Andrea Castelli, è relegato ad un ruolo marginale, che inoltre pare interpretare senza troppa convinzione e senza sprecarvi più di tanto le sue doti interpretative. Insomma un ruolo che avrebbe potuto ricoprire qualcun altro, anche meno blasonato. Ma forse il vero motivo dell'ingaggio di Castelli è che la neonata compagnia professionale regionale necessitava proprio del nome noto per avere la giusta visibilità. In definitiva si può dire che la partenza del nuovo progetto cuturale non è stata male, anche se la scelta del testo e la voglia di impiegare da subito così tanti attori non si è rivelata una scelta vincente. Per restare in tema si potrebbe dire che per questo inizio si è voluta mettere … troppa carne al fuoco.

di Paolo Corsi

visto ad Ala – Teatro Sartori – il 6 dicembre 2016


Ultimo aggiornamento Mercoledì 07 Dicembre 2016 12:45
 
GEMMA PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Paolo Corsi   
Lunedì 13 Giugno 2016 11:59

Gemma  abbraccioUna “Gemma” tra le spine

La marchesa Gemma Guerrieri Gonzaga: la missione di una donna straordinaria in uno dei periodi più difficili della storia del Trentino e dell'Europa intera

"Non vi è libro o sermone che possa esercitare maggior convincimento di quello che esercita la rappresentazione di un fatto”.
Per dirla con Paolo Giacometti, non c'è modo migliore per raccontare una storia, di quello di metterla in scena. E così, come epilogo naturale, anche il racconto attorno alla figura della marchesa Gemma Guerrieri Gonzaga termina con una rappresentazione teatrale: “Gemma” è infatti uno spettacolo storico biografico che conclude un lungo percorso di riscoperta di una donna straordinaria. Iniziato con il ritrovo casuale di un imponente archivio epistolare da parte del marchese Carlo Guerrieri Gonzaga, nipote di Gemma e attuale proprietario della tenuta di San Leonardo, proseguito poi con uno scrupoloso lavoro di recupero e riordino, nel 2008 ha trovato una prima sintesi nel romanzo storico “La marchesa Gemma Guerrieri Gonzaga nata de Gresti di San Leonardo” (ed. Osiride), della scrittrice aviense Luisa Pachera. La stessa Pachera, a distanza di qualche anno, ne ha elaborato la trasposizione teatrale, affidandone la messinscena alla regista Ornela Marcon.
Nata nel 1873, a vent'anni Gemma de Gresti sposa Tullio Guerrieri Gonzaga, dal quale ha un figlio, Anselmo (volontario nella guerra del 1915-18 e decorato della medaglia d'argento al valor militare), prima di rimanere vedova nel 1902. Donna capace e risoluta, gestisce abilmente gli affari di famiglia, apprezzata e ben voluta da tutti per la sua affabilità e generosità. Ed è a lei infatti che la gente chiede aiuto quando nel 1914 la sciagura della Prima Guerra Mondiale si abbatte anche sulla popolazione trentina.

Ultimo aggiornamento Lunedì 13 Giugno 2016 21:47
 
OSCAR E LA DAMA IN ROSA PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Paolo Corsi   
Domenica 06 Novembre 2016 15:29

Oscar"Oscar e la dama in rosa" pluripremiato al Festival Nazionale di Pesaro

Per chi già lo aveva visto, gli importanti riconoscimenti all'ultimo Festival Nazionale d'Arte Drammatica di Pesaro non sono stati una sorpresa. La giuria del festival ha premiato con il terzo posto lo spettacolo “Oscar e la dama in rosa”, con la seguente motivazione: una straordinaria prova d'attrice, che affronta con passione, delicatezza e intelligenza un testo accessibile ma complesso, struggente ma lieve. Un'artista completa che magnetizza in una scena essenziale ma perfetta grazie anche all'intelligente uso delle luci e ad una scelta musicale suggestiva e coinvolgente. Uno spettacolo catartico che resterà nella memoria degli spettatori”. Al prestigioso premio si aggiungono il riconoscimento “Eva Franchi” a Janna Konyaeva come miglior attrice, nonché il premio “Don Gaudiano” come miglior spettacolo per la giuria giovani. Lo spettacolo è tratto dall'omonimo romanzo di Éric-Emmanuel Schmitt e racconta di Oscar, un bambino di dieci anni, ospedalizzato a causa di una leucemia in fase terminale. Dal suo piccolo mondo circoscritto al reparto, gli adulti, a cominciare dai genitori, tendono a starsene alla larga, spaventati dalla sofferenza. Solo una volontaria dell'ospedale, che il piccolo chiama “nonna Rosa”, capendo la sua voglia di risposte, invita Oscar a scrivere delle lettere a Dio per raccontargli la sua vita. Allo stesso tempo gli propone un gioco: vivere dieci anni in un giorno. In questo modo Oscar riesce a vivere tutte le fasi della vita, dalla giovinezza fino alla vecchiaia, e quando giunge la sua ora, ormai appagato e fiducioso, le sue ultime parole sono per nonna Rosa, alla quale lascia un biglietto sul comodino, su cui scrive: “solo Dio ha il diritto di svegliarmi”.

Ultimo aggiornamento Domenica 06 Novembre 2016 15:42