LA RADIO E IL FILO SPINATO PDF Stampa E-mail
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Venerdì 11 Aprile 2014 12:30

Il teatro di Abbiati omaggia la straordinaria figura di padre Kolbe con un allestimento originale e toccante

La radio e il filo spinatoNel maggio del 1941 nel campo di concentramento di Auschwitz le guardie naziste misero in atto una rappresaglia contro un gruppo di internati, come reazione alla fuga di un prigioniero dal campo. Tra quelli mandati a morire nel bunker della fame c’era anche un padre di famiglia disperato, che però poté sottrarsi a quel destino grazie ad un sacerdote francescano polacco, padre Massimiliano Kolbe, che si offrì di prenderne il posto. Sopravvissuto a due settimane di agonia assieme ad altri tre prigionieri, il sacerdote venne “giustiziato” il 14 agosto del 1941 con un’iniezione di acido fenico. Padre Kolbe è noto a tutti per questo gesto, che ha contato molto nel processo per la sua beatificazione nel 1971 e la successiva santificazione nel 1982. Non tutti sanno però che padre Kolbe possedeva una straordinaria mente scientifica ed un’autentica passione per la radio ed i fenomeni fisici sui quali si basa. Ideava e costruiva, inoltre, ingegnosi ed utili congegni meccanici per molteplici usi. Tutti questi aspetti della vita di padre Kolbe sono raccontati in modo assai originale nello spettacolo La radio ed il filo spinato, di Roberto Abbiati e Luca Salata. Nella prima parte si fa conoscenza con il lato meno conosciuto di questo grande personaggio, per poi dedicarsi alla terribile esperienza del lager ed al suo triste epilogo. Se certi aspetti della vita del sacerdote sono poco noti, i suoi ultimi istanti prima della morte avrebbero anche potuto rimanere sconosciuti per sempre. Non avremmo mai conosciuto le ultime parole, rivolte al suo carnefice pochi istanti prima dell’iniezione letale, se proprio quest’ultimo non le avesse fatte conoscere al mondo alcuni anni dopo: “Lei non ha capito nulla della vita. L’odio non serve a niente … Solo l’amore crea”. Quello di Abbiati è un teatro particolare, già apprezzato in spettacoli come Lo stampatore Zollinger, nel quale l’attore rivela tutto il suo interesse per le macchinerie ed i congegni più strani, che costruisce da sé recuperando ed assemblando oggetti di uso comune. Di questi manufatti si serve per allestire curiose scenografie e creare oggetti di scena con cui interagire.

La sua è una “macchina teatrale” nel vero senso della parola, che una volta messa in moto genera i personaggi e li muove all’azione. Ne esce una rappresentazione in cui confluiscono elementi del teatro di figura, stilizzazioni e concretizzazioni della fantasia. Come in un gioco dell’immaginazione, qui le sagome di padre Kolbe e dell’ufficiale medico nazista  prendono vita, componendosi attraverso l’interazione tra attori in carne ed ossa e oggetti. Con i bellissimi inserti delle canzoni dei Rolling Stones l’atmosfera si fa quasi fiabesca, ma di una fiaba che non nasconde né la cruda realtà né il grande messaggio di speranza e amore per la vita che porta con sé. Il dramma si consuma sotto gli occhi degli spettatori, che osservano il rosso dell’acido fenico invadere il cuore di un padre Kolbe marionetta, ma incredibilmente reale, il cui sangue avvelenato si spande sul giaciglio e sul pavimento. Non c’è però disperazione e tanto meno senso di sconfitta. C’è piuttosto la percezione della sacralità del momento, una celebrazione eucaristica che consegna alla storia dell’umanità la figura di un grande uomo, la cui testimonianza percorrerà la storia senza conoscere ostacoli, proprio come le onde radio.

 

di Paolo Corsi

Visto a Sabbionara (TN) il 5 aprile 2014

Ultimo aggiornamento Mercoledì 23 Luglio 2014 19:16