UBU ROI PDF Stampa E-mail
Recensioni
Giovedì 01 Maggio 2014 19:59

Quando la libertà creativa propone Teatro e non letteratura

Ubu roi 1L’Ubu roi di Alfred Jarry, dramma del 1896, è considerato un punto di partenza dell’avanguardia storica teatrale, così come il suo autore un rivoluzionario e innovatore. L’opera sfugge talmente agli schemi del teatro classico da farla sembrare quasi non-teatro. Eppure ciò che Jarry riesce a fare non è una fuga dal teatro, bensì proprio un ritorno ad esso. Nel senso che il teatro è concepito come un’occasione per esprimersi in totale libertà, superando addirittura la natura stessa del testo. Se ci si ferma alla trama di Ubu roi, non si vede niente più che una storia come tante, dove un mediocre e rozzo generale, sobillato dall’ambiziosa moglie, uccide il proprio re e ne prende il posto. Subirà poi la reazione del figlio del re ucciso, che con l’appoggio di un alleato, lo sconfiggerà costringendolo all’esilio. Da Macbeth in poi una storia banale, verrebbe da dire. Ma è nel contesto di questa storia che trovano rappresentazione le più basse meschinità dell’uomo, le sue miserie e le sue contraddizioni. La rivoluzione di Jarry, tuttavia, non è tanto il “cosa” ma il “come”. Per dirla con Roberto Latini, regista di questa straordinaria messinscena, “non sono le parole, la struttura, la trama, ma lo spirito di libertà che accompagna ogni scena. E’ come se l’autore avesse voluto darci questa libertà creativa, proporre Teatro e non letteratura”.
E Latini la libertà ce la mette tutta, costruendo sopra la vicenda uno spettacolo che nel rimanerle fedele ne rappresenta anche una personalissima trasposizione. E’ come gettare un sasso nello stagno e stare a vedere quello che succede poi. Il sasso è il testo di Jarry, lo stagno è la fantasia del regista, che si attiva mettendo in moto un mondo di colori, suoni e sensazioni. Otto attori-danzatori, tutti uomini, interpretano alla perfezione i ruoli, sia maschili che femminili, trasfigurati dalla fantasia del regista.

Ubu roi 2

Sulla scena è tutto esagerato e innaturale: la declamazione, i gesti, i costumi, i cambi luce improvvisi, le musiche e gli effetti sonori ricorrenti e ossessivi.
E’ il grottesco a farla da padrone. Il grottesco delle maschere, dei finti falli a penzoloni come nel dramma satirico greco, il trucco clownesco, i costumi stravaganti, i parrucconi, gli accessori più strani. In scena gira di tutto: una carriola come portantina dei potenti, un megafono per i loro comandi, cornici di quadri, biciclette, scope volanti, cappelli a cilindro, un microfono con asta utilizzato in scena, bastoni come canne da pesca. Ai protagonisti della storia se ne aggiungo altri, che danno vita a quadri qua e là didascalici, poetici, drammatici. Una coppia di leoni innamorati, un pinocchio onnipresente, incatenato ad uno scheletro nero, che fa la morale, riassume, partecipa. Nel caos apparente non c’è però nulla fuori posto. Le azioni coreografiche partecipano al racconto, creando momenti intensi ed emozionanti, come quello del grande drappo rosso che si fa mare di sangue, il sangue della guerra, che inghiotte tutto e tutti. Ubu roi è un contenitore che invita la fantasia a liberarsi. E in questa produzione di Fortebraccio Teatro succede attraverso una caotica organizzazione, con una precisione talmente estrema da farla sembrare casualità. Ma soprattutto con un carico di immagini che sembrano fuori controllo, come pescate direttamente dai sogni e che fanno di questo spettacolo non una rappresentazione ma un’esperienza.

di Paolo Corsi

Visto a Rovereto - Auditorium Melotti - 29 aprile 2014

Ultimo aggiornamento Mercoledì 23 Luglio 2014 19:12