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Venerdì 16 Maggio 2014 14:26

MI NO ME SOM NOTA' (La guerra dell'Austria)

Il teatro racconta la Grande Guerra dei soldati trentini al servizio del Kaiser

Mi no me som notàGiusto un secolo fa scoppiava la Prima Guerra Mondiale, l’”inutile strage” che sconvolse l'Europa. La storiografia ci informa degli scenari, le battaglie, le sorti dei tanti eserciti schierati sui vari fronti. Ma forse meno nota di quanto meriterebbe è la storia di migliaia di giovani soldati trentini che combatterono nell'esercito austro-ungarico. Il Trentino (Welschtirol) era infatti la parte meridionale dell'Impero ed i suoi abitanti, benché di lingua italiana, erano sudditi dell'Imperatore Francesco Giuseppe. Arruolati nel 1914, i soldati trentini vennero mandati a combattere contro i russi in Galizia, sul fronte al confine con la Russia zarista. Dopo l'entrata in guerra dell'Italia nel 1915, la marchesa Guerrieri Gonzaga di Borghetto d'Avio, negoziò con i russi il ritorno in patria dei trentini loro prigionieri, che in cambio dovevano dichiararsi italiani e non tornare più a combattere. Molti fecero questa scelta mettendosi in lista (“notarse”) per il rientro. Altri invece vollero tenere fede al giuramento all'Imperatore e rimasero in Russia, tornando a casa solo molto tempo dopo la fine della guerra.
Lo spettacolo teatrale Mi no me som notà (La guerra dell’Austria) è tratto da un racconto di E. Beta e messo in scena dalla Compagnia dell’Attimo, con la regia di Gabriella Pedrai. Vi si narra di Bepino, un giovane contadino semianalfabeta di Avio, costretto ad abbandonare l’anziana madre e partire per il fronte galiziano. Dopo varie vicissitudini Bepino finisce prigioniero dei russi e, fedele al giuramento fatto all’Imperatore, rinuncia a “notarsi” e cioè a rientrare in patria. Combattuto tra il rimorso per l’abbandono della madre e il senso del dovere che gli impone di tener fede ai giuramenti, Bepino decide di rimanere in Russia, dove per altro è benvoluto e ben trattato dal contadino presso il quale ha trovato lavoro. Ma alla fine il desiderio di tornare a casa prevale e Bepino si mette in cammino. Sarà un viaggio lungo e con un epilogo a sorpresa, la cui meta non sarà proprio quella immaginata, per quanto pur sempre un ritorno ai propri affetti.
La messinscena consiste in un lungo monologo in dialetto trentino, con cui il protagonista racconta la sua storia. Un trespolo a cui sostenersi ed una sedia sul lato opposto dove a tratti compare la madre, sono gli unici elementi scenici, assieme al fondale nero e all’illuminazione fioca. Unico intervento musicale è la canzone dei giovani soldati trentini impegnati sul fronte russo, “Sui monti Scarpazi”, cantata in scena nel finale, da Manuela Maffei. Un’impostazione minimalista, dunque, che unita all’azione assai contenuta, vuole evidentemente indirizzare tutta l’attenzione al testo, peraltro ben costruito ed esaustivo circa quegli eventi poco conosciuti della nostra storia. Mauro Bandera nel ruolo del protagonista mostra doti non comuni nel dare intensità ad un racconto che è prevalentemente “narrativa” più che “narrazione”. Qui infatti l’azione è compressa e limitata solo alle rare e brevi interazioni con la madre (interpretata da Mara Benedetti) e con i personaggi evocati dal testo stesso. Lo spettacolo va pertanto valutato secondo una doppia chiave di lettura. La prima, che guarda più ai contenuti, non può che approvare il lavoro di recupero storico e l’intento divulgativo. La seconda, che guarda più alla forma, rileva come questa stia in subordine al contenuto, e che questo squilibrio ostacoli il pieno realizzarsi di quel "dilettando educa” essenza del teatro.

di Paolo Corsi

visto ad Ala – Teatro G. Sartori – 10 maggio 2014

Ultimo aggiornamento Mercoledì 23 Luglio 2014 19:16