DON PASQUALE PDF Stampa E-mail
Recensioni
Martedì 14 Ottobre 2014 21:35

L’opera si fa bella con il genio di Nichetti

Don Pasquale scena 1Don Pasquale al Sociale di Trento con una regia sorprendente

Nella classificazione di genere che contrappone l'opera seria a quella buffa, il Don Pasquale di Donizetti rientra decisamente nella seconda categoria, quella delle opere in cui nessuno si fa male e tutto finisce bene. Che è anche il tipo di spettacolo in cui ci si diverte, ridendo delle storie dei protagonisti. In questo caso le disavventure dello stagionato Don Pasquale, al centro del raggiro architettato dal presunto amico e consigliere, il dottor Malatesta, a beneficio di Ernesto, giovane nipote del vecchio celibatario, e della sua amata Norina. Insomma giusto quanto basta per divertirsi un po'. Ma quanto visto al Teatro Sociale di Trento è opera buffa per davvero, nel senso che dall’inizio alla fine non smette di sorprendere, oltreché divertire. La materia prima è il libretto di Giovanni Ruffini, che da una storia semplice tira fuori le sfaccettature dei caratteri e la miriade di sentimenti a cui si è mossi nel biasimare, irridere e perfino compatire il vecchio Don Pasquale, oltre a sospirare con i sospiri degli amanti e a godersi la sagacia mista a un po' di cialtroneria di questo tuttofare e “tuttopensare” che è il dottor Malatesta. La comicità si rafforza anche nel contrasto con momenti che esprimono un intimo patire, tanto nella desolazione del vecchio, fondamentalmente insoddisfatto dalla vita, quanto nelle pene dei due giovani tenuti lontani dal loro sogno d’amore. Il resto ovviamente lo fa la musica, che a questi livelli potrebbe anche parlare da sola. Con Don Pasquale va a nozze anche il neofita dall’orecchio più restio. Una lunga serie di pezzi chiusi, orecchiabili e sostenuti da buon ritmo, coinvolgono lo spettatore che dopo ogni finale attende con impazienza il successivo, mentre la vicenda gli scorre sotto gli occhi. Ma il vero valore aggiunto di questa rappresentazione è la regia di Maurizio Nichetti, coadiuvato dalla scenografa e costumista Mariapia Angelini e dai visual designer Filippo e Saverio Nichetti.

 

 

Non nuovo all’esperienza di regista d’opera (proprio qui a Trento nel 1999 il debutto con Il Barbiere di Siviglia di Rossini), ha raccolto e vinto la grande sfida di combinare immagini filmate e azioni sceniche, disegnando come in un cartone animato i contesti in cui muovere i personaggi in carne ed ossa. Ma non si tratta solo di un espediente, già in uso anche nel teatro di prosa, per sostituire complesse e pesanti scenografie con la loro proiezione su un fondale, bensì di un bellissimo e coloratissimo contorno che è una sorpresa ad ogni cambio scena e che addirittura interagisce con l’azione e con la musica. Non ci sono parole migliori di quelle dello stesso regista, per descrivere quanto realizzato: “una scenografia recitante che partecipa attivamente nei vari momenti della storia, la commenta, la completa, rimanendo però sempre, discretamente, sullo sfondo, al riparo di note e di arie immortali che non si possono disturbare”. Buona la prestazione del cast, a cominciare dalla soprano Serena Gamberoni, convincente Norina, dalla voce robusta e al tempo stesso sufficientemente cristallina per il suo personaggio, spigliato, civettuolo e sbarazzino. Bella anche la prova del tenore Francisco Brito nel ruolo di Ernesto. Bel timbro acuto leggermente brunito e corposo, messo in bella evidenza pur senza le concessioni alla tradizione che vorrebbe quest’opera straripante di note “fuori quota”. Godibile anche il Don Pasquale del basso Simone Del Savio, omogeneo nella gamma e ben esteso, ben presente anche nei concertati. Meno entusiasmante il dottor Malatesta del baritono Giulio Boschetti, non tanto dal punto di vista scenico (tutto il cast, ben istruito da una regia piena di immaginazione, ha eseguito alla perfezione i movimenti scenici offrendo anche esilaranti gags), quanto dal punto di vista vocale. Una voce poco timbrata, spesso forzata nella ricerca della maschera, più ampia in larghezza che in lunghezza (più volume che sonorità), non ha comunque sfigurato in questo che è pur sempre un piccolo teatro. Altra grande sorpresa in positivo è stata la prestazione del Coro Lirico Regionale TN/BZ. Vocalmente molto presente e musicalmente preciso, cose alle quali ci ha abituato la meticolosità del maestro Luigi Azzolini, nei brevi interventi concessi dalla partitura ha assunto il ruolo di personaggio, più di quanto solitamente accade in queste opere pre-verdiane. Ancora una volta c’è lo zampino di Nichetti che giustamente sfrutta i coristi non solo per le loro doti canore. Eccoli quindi tutti quanti, uomini e donne, vestiti da cameriere con tanto di grembiule, cuffia e occhialoni improbabili, a partecipare all’azione, ballare, scimmiottare e commentare, in un’eccellente combinazione di azione e musica (bellissimo, tra le altre cose, il passaggio di mano delle gabbiette). Del tutto convincente anche la prova dell’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, che negli anni ha ormai preso confidenza con il genere. Suono deciso, brillante e pulito, ben condotta dal direttore Marco Berdondini, che ha diretto senza sbavature, trovando in ogni occasione il ritmo e il colore più appropriati. In definitiva una produzione decisamente insolita, fresca, vivace, scoppiettante e nuova, che permette all’opera di perpetuare il suo fascino.

di Paolo Corsi

visto a Trento – Teatro Sociale – 12 ottobre 2014

Ultimo aggiornamento Venerdì 17 Ottobre 2014 19:48