TUTTA COLPA DI EVA PDF Stampa E-mail
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Giovedì 27 Novembre 2014 19:05

Tutta colpa di Eva - scenaIl teatro di Ippogrifo esplora i recessi dell’animo umano

Il tema della violenza sulle donne è uno dei più tristemente attuali, pertanto tenere alta l’attenzione e sensibilizzare quante più persone possibili sull’argomento è più che doveroso. Come sempre, quando si tratta di interpretare la realtà e stimolare la riflessione, il teatro rivela e rafforza la sua importante funzione sociale. In occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne è andata in scena al teatro Sartori di Ala la commedia Tutta colpa di Eva di Alberto Rizzi, per opera di Ippogrifo Produzioni. La compagnia veronese, già apprezzata ad “Ala Città di Velluto” con il suo spettacolo Hotel Shakespeare, conferma anche in questo caso il buon livello e la qualità delle sue proposte. Tutta colpa di Eva è una pièce teatrale (chiamarla commedia potrebbe essere fuorviante) che tocca temi forti e attuali, primo fra tutti quello dello stalking, esplorando i recessi dell’animo umano nelle più diverse espressioni del maschile e del femminile. Protagonisti sono Marta e Roberto, soci in un’impresa che gestisce una galleria d’arte, legati da un rapporto professionale e umano dai contorni ambigui, condotto sul filo di un confronto dialettico e ideologico al contempo complice e conflittuale. Tra loro aleggia il fantasma della segretaria licenziatasi da poco, il cui particolare legame con la coppia continua a condizionarne la vita e i comportamenti. L’arrivo di Sveva, la nuova segretaria, riacutizza, anziché superare, certi malesseri, innescando a sua volta nuove dinamiche difficili da controllare. Nel gioco entra anche Leo, un pittore figlio di un facoltoso cliente della galleria, nonché ex fidanzato di Sveva, la cui storia si lega a quelle degli altri protagonisti, tessendole in un unico intreccio. La vicenda diventa così un thriller, nel quale rimane fino alla fine il dubbio su chi sia vittima e chi carnefice.

Il punto di forza dello spettacolo è prima di tutto il testo di Alberto Rizzi, arguto ed efficace, divertente e drammatico alla giusta occorrenza, e che teatralmente funziona benissimo. Interessante anche la regia (dello stesso Rizzi), che usa alcuni accorgimenti per inserire salti temporali senza interrompere la fluidità del racconto. Lo sono in questo senso gli stacchi degli attori schierati in proscenio ad annunciare a turno le didascalie. Lo è anche la scelta di non mettere mai del tutto fuori scena i personaggi, che invece si accomodano su sedie sistemate ai lati, a ridosso delle quinte, immobili ed inespressivi, assenti ma virtualmente presenti. E’ come se la scena non avesse realmente confine e a chi assiste fosse concesso di cogliere con un solo sguardo sia ciò che appare che ciò che non appare. Questo invito a guardare ovunque si coglie anche nella trasparenza delle scenografie: un telo di nylon come fondale, tavolini e sedie di plexiglass, lampade, bottiglie e calici, tutto rigorosamente trasparente. Persino una fila di lampadine bianche allineate sul proscenio, come i lumi di scena del teatro d’altri tempi, sembrano lì per agevolare il vederci chiaro. E’ evidente quindi il contrasto che si genera con quanto invece si svolge sulla scena, che rimane oscuro, torbido ed indecifrabile, fino all’ultimissima azione e battuta. Gli attori si muovono bene, con naturalezza, i gesti non sono mai forzati e l’idea che passa è quella di una quotidianità reale, affatto riprodotta artificialmente. Pecca semmai qualche abbandono di troppo alla cadenza dialettale, che oltre un certo limite diventa stucchevole. Tuttavia va riconosciuto agli interpreti di aver costantemente tenuto saldo il contatto con i personaggi, ingannando il pubblico nell’esatta misura in cui questo vuol essere ingannato. Perché è solo così infatti che il finto o il solamente verosimile appare vero. Ed è proprio grazie a questo che il teatro funziona.

 

di Paolo Corsi

visto ad Ala – Teatro G. Sartori – 26 novembre 2014


Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Novembre 2014 20:49