ASPETTANDO GODOT PDF Stampa E-mail
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Domenica 25 Gennaio 2015 15:25

Aspettando GogotQuell’attesa infinita che tiene in vita la speranza

“Non c'è da meravigliarsi che, uscendo da teatro, la gente si chieda cosa diavolo ha visto”. La miglior sintesi e descrizione dell’ impatto che il capolavoro di Samuel Beckett ha sempre avuto sul pubblico è tutta in questa affermazione di Carlo Fruttero. Ma non si tratta di un giudizio negativo, tutt'altro. Evidentemente, se da sempre questo testo affascina e interroga gli spettatori, oltre a stimolare la fantasia di schiere di registi, un motivo c'è. E’ vero che la storia è senza capo né coda, ma è anche un faro sulla fragilità dell'esistenza, qui rappresentata da quattro stravaganti personaggi, espressione di un'umanità dolente e marginale. “Facciamo sempre tante cose per darci l'impressione di esistere”, dice Estragone a Vladimiro, dopo che i due hanno cercato assieme l'ennesimo nuovo modo di trascorrere una giornata che non trascorre mai. Stanno aspettando Godot, un personaggio solo evocato, che diventa il simbolo delle speranze disattese, che infatti, come in cuor loro già sanno, non arriverà. E’ un’attesa vana, alla quale però non vogliono e non possono sottrarsi. Nulla cambia sulla scena della vita, nemmeno quando irrompono altri strani personaggi, il prepotente e prorompente Pozzo con Lucky, il servo sottomesso e maltrattato, di cui Pozzo si dice paradossalmente vittima. Due figure di passaggio che a loro volta vagano senza meta nel girotondo dell'esistenza. E a fine giornata, di ogni giornata, l'annuncio del ragazzo che avvisa che Godot oggi non verrà, ma verrà senz'altro domani. Un annuncio che più che un rilancio della speranza suona come la conferma di una condanna. La condanna ad un girare a vuoto nella disperata ricerca di senso, ad un andare che è solo illusione, bloccato nell’angosciante immobilità di una realtà congelata. Non a caso ciascuno dei due atti si chiude con il laconico e disarmante duetto dei due protagonisti:  “Allora andiamo?”, “Andiamo!” (non si muovono).

Aspettando Godot è un invito esplicito a meditare sul senso della propria vita, nel tentativo di conciliare i nostri gesti quotidiani con una visione di futuro collettiva. Non è dunque un contenitore di significati da cui attingere, ma piuttosto un contenitore vuoto che invita ad essere riempito.
In questo senso la regia di Maurizio Scaparro è attenta a mostrare il contenitore per quello che è, senza mediazioni figlie di una visione soggettiva. I personaggi, interpretati da eccellenti e navigati attori in splendida forma, sembrano uscire direttamente dalla penna di Beckett, efficace rappresentazione di un’umanità allo sbando. Antonio Salines (Estragone) e Luciano Virgilio (Vladimiro) sono credibili e commoventi. Assolutamente complementari, anche dal punto di vista fisico, rendono vera la sofferenza e il disagio, muovendo ad un’autentica compassione. Dietro l’aspetto tenero e pacioccone di Estragone, Salines riesce comunque a far trasparire l’angoscia e persino un po’ di cattiveria, mentre Virgilio rivela con maestria l’inquietudine che si cela dietro l’eleganza d’animo di Vladimiro. Fanno loro buon gioco i bravi Edoardo Siravo (Pozzo) e Enrico Bonavera (Lucky), inquietante tanto il primo con la sua irruenza e miserabile boria, quanto il secondo con la sua comunicativa quasi del tutto disumanizzata. Decisamente essenziale la scenografia, che asseconda il prevalente senso di desolazione. Del tutto consoni i costumi, immediata esteriorizzazione dei caratteri. Uno spettacolo estremamente gradevole, addirittura insolito nella sua essenzialità e diretta adesione al testo.

 

di Paolo Corsi

visto a Trento – Teatro Sociale – 8 gennaio 2015

Ultimo aggiornamento Martedì 07 Febbraio 2017 22:17