I VICINI PDF Stampa E-mail
Recensioni
Sabato 07 Febbraio 2015 22:19

I viciniQuando le paure fuggono dall'inconscio e prendono campo
E’ normale avere paura di ciò che non si conosce. Ma siamo sicuri di conoscere davvero ciò che crediamo di conoscere? Se appena la domanda giunge a sfiorarci, vediamo cadere le nostre certezze e diventiamo incapaci di interpretare la realtà. Possono andare in crisi le convinzioni, i rapporti d’amicizia e quelli d’amore. Possiamo andare totalmente in crisi noi stessi. Nella vita di una giovane coppia apparentemente in sintonia, irrompono i nuovi vicini di casa, marito e moglie, una coppia ambigua e vagamente misteriosa, che ha effetti contrastanti sui due giovani coinquilini. Su entrambe le coppie aleggia il fantasma della vecchia inquilina, che inquieta le due donne e irrita gli uomini, più propensi ad attribuire a ben più concrete cause il turbamento delle loro compagne. Così, in un clima in cui confidenza e diffidenza si alternano, paure reali e immaginarie che stazionano nel profondo dell’inconscio prendono improvvisamente campo. I vicini, ultimo dramma di Fausto Paravidino, messo in scena dal Teatro Stabile di Bolzano, è una pièce che parla delle nostre paure, facendo leva sui meccanismi psicologici che le liberano, per esplorarle e in qualche modo esorcizzarle. Il testo è raffinato, mordace e sapientemente anche comico, affatto superficiale e per buona parte provocatorio. Lo stile ricorda certi dialoghi del più tipico Woody Allen, a sua volta evocato, per atteggiamento e carattere, dal personaggio interpretato da Paravidino (o più presumibilmente dall’attore stesso) così espressivamente somigliante al regista e attore americano. Essendo Paravidino anche il regista dello spettacolo, risulta piuttosto evidente che se lo è cucito addosso, ottenendo esattamente il risultato voluto. Motivo questo di una bella prova d’autore e regista, ma forse meno bella, per lo stesso motivo, come prova d’attore.

Perfettamente calzanti le interpretazioni dei coprotagonisti, Iris Fusetti, Davide Lorino e Sara Putignano, capaci di evidenziare le trasformazioni repentine dei personaggi e di sfuggire così ad una precisa e facile categorizzazione, esattamente come preteso dal testo. La scena ampia e spoglia, i colori neutri e le luci pallide amplificano il senso di disagio, assieme alle musiche di scena, il cui denominatore comune è l’ostinata presenza di una linea dissonante che impedisce ogni volta una risoluzione armonica. Unica nota stonata: il prolisso monologo finale della vecchia (peraltro ben interpretata da Monica Samassa), o meglio, la serie interminabile di micro-monologhi, solamente in parte impreziositi dalle coreografie in fermo immagine delle due coppie e dai loro brevi dialoghi. Un’appendice che si percepisce come un punto debole della drammaturgia, che ad una sospensione che nella natura del dramma ci stava tutta, sostituisce forzatamente una spiegazione superflua, contenuta in quella pagina in più del testo di cui non si sarebbe sentita la mancanza.

di Paolo Corsi


visto a Rovereto – Teatro Zandonai – il 2 febbraio 2015


 

Ultimo aggiornamento Martedì 07 Febbraio 2017 22:09