IL VISITATORE PDF Stampa E-mail
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Domenica 06 Dicembre 2015 10:03

Il VisitatoreL’uomo non morirà mai finché saprà porsi domande

Successo ad Ala per il lavoro di Éric-Emmanuel Schmitt, con due grandi Haber e Boni

Porsi dei dubbi è segno d’intelligenza. I più grandi scienziati e pensatori si sono nutriti di dubbio. Quel dubbio che muove a rivalutare continuamente le convinzioni, passandole al vaglio di una riflessione interiore, affidata al dialogo con la propria coscienza. La coscienza che alza la voce nel dibattito con la ragione, incalzandola e facendola vacillare, minando la solidità delle certezze su cui poggia. Quale addirittura l’effetto, se quella voce, anziché nella propria testa, giunge da fuori, per bocca di uno strano interlocutore, in carne ed ossa, materializzatosi dentro casa? E’ quello che succede nella bellissima piece teatrale di Éric-Emmanuel Schmitt, dove nel cupo scenario di una Vienna occupata dai nazisti, Sigmund Freud, il padre della psicanalisi, giunto ormai al capolinea della sua vita, ingaggia una schermaglia dialettica con lo strano visitatore capitatogli in casa, non si sa come, che si rivelerà ben presto essere nientemeno che Dio. Il senso della vita, l’esistenza di Dio stesso, le grandi domande dell’uomo, sono al centro di un confronto serrato fatto di battute, scatti d’ira e momenti concilianti, quasi teneri. Il tutto non per dare risposte, ma per porre semmai altre domande. Un incontro vitale che non cambia la storia, lasciata nelle mani dell’uomo, ma che pur nel presentimento dell’incombente tragedia apre le porte alla speranza. Il testo è un trattato filosofico che si propone nel linguaggio del teatro, dove è pur vero che l’azione è minima, ma tanta è la forza dei temi e l’intensità dell’esposizione da inchiodare lo spettatore alla poltrona, togliendogli quasi il respiro.

Complice una regia, quella di Valerio Binasco, che decide di mettersi totalmente al servizio del testo, lasciando il più ampio spazio alla parola; complice una scenografia sobria e realistica, dove i simboli sono banditi, fatta eccezione per la scena tronca da un lato, dove è il luogo “altro”, lo spazio mistico dove non a caso si sposta l’azione quando ciò che si racconta non è più la quotidianità, bensì l’erompere delle emozioni e del pensiero più alto e intimo. Complici, infine, le eccellenti interpretazioni di Alessandro Haber e di Alessio Boni, aiutati dai validi comprimari Nicoletta Robello Bracciforti e Alessandro Tedeschi. Haber è un Sigmund Freud umanissimo, tenero nella sua fragilità di uomo debole e malato, ma imponente nella figura dello studioso appassionato, che per tutta la vita ha fermamente creduto nelle sue convinzioni, pur non smettendo mai al contempo di dubitarne. Sulla sponda opposta è Alessio Boni, che imprime al personaggio del visitatore un’esuberanza sostenuta dalla vitale fisicità del giovane corpo scelto per questa nuova incarnazione. Un contrasto che si gioca su più piani, da quello visivo a quello dialettico, in cui tuttavia le due figure si integrano quali parti complementari di un unicum. La vita dell’uomo altro non è che la continua ricerca di quella parte mancante di cui si illude di poter fare a meno. Quella parte che il vecchio Freud tenta persino di eliminare fisicamente con un colpo di pistola. E quel “l’ho mancato ...”, che il vecchio Freud-Haber pronuncia, più sollevato che contrariato, è l’efficace ed estrema sintesi che chiude questo stupendo lavoro.

 

di Paolo Corsi

Visto ad Ala – Teatro Sartori – il 3 dicembre 2015


Ultimo aggiornamento Martedì 07 Febbraio 2017 22:08