LA CUCINA PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 07 Dicembre 2016 12:36

TLa Cucinaante portate non soddisfano il palato

Successo a metà per “La cucina” di Wesker della nuova Compagnia Regionale diretta da Marco Bernardi

Arnold Wesker è uno dei più importanti rappresentanti della corrente del “new drama”, che tra gli anni '50 e '60 ha proposto un nuovo modo di fare teatro, più attento ai contenuti che alla forma, strumento di critica al sistema economico e sociale del periodo. Secondo questa nuova visione della funzione del teatro nascono opere come La cucina, dove lo spazio ristretto e circoscritto della cucina di un grande ristorante è il contenitore di un microcosmo di un'umanità variegata, che vive e condivide i propri sentimenti e i propri drammi. Una folla di cuochi, camerieri, sguatteri di nazionalità e di età diverse, forzati a condividere lo stesso spazio, sono pure spinti a palesare sentimenti, passioni, frustrazioni, l'intimità del proprio animo, dentro dinamiche solidali e conflittuali allo stesso tempo. Niente più che il racconto di un'ipotetica e verosimile giornata di lavoro di questa piccola comunità, totalmente a sé stante, osservato da fuori come si osservano al microscopio le interazioni tra diversi agenti e reagenti, del tutto ignare di essere osservate e perciò incondizionate e affatto motivate a rendere un racconto consistente. Infatti, se si eccettua il prevalere della figura e della storia di Peter, il giovane tedesco addetto al pesce, si può dire che non c'è alcuna storia e che di fatto non succede un bel niente. Solo un via vai indaffarato, tra piatti, ordinazioni, azioni, battute e battibecchi. Il testo vorrebbe fare di questa situazione una grande metafora dell'esistenza, dove la cucina rappresenterebbe il mondo intero. I condizionali però sono d'obbligo, perché non è facile portare a termine un'operazione così complicata, servendosi di una non-storia, privandosi di quegli strumenti che il teatro offrirebbe per lanciare esche allo spettatore, o almeno qualche sussulto che lo renda partecipe, piuttosto che lasciare tutto sul piano concettuale e lasciare a chi guarda l'onere di una lettura sottotraccia da farsi con davvero pochi strumenti a disposizione. Lo spettacolo messo in scena dalla neonata compagnia regionale, frutto della collaborazione del Teatro Stabile di Bolzano, del Coordinamento Teatrale Trentino e del Centro Servizi Culturali Santa Chiara, con la regia di Marco Bernardi, fatica molto a far emergere la metafora, riuscendo a farsi apprezzare per lo più sotto l'aspetto prettamente tecnico. L'intero cast, selezionato tra artisti regionali, è davvero preparato: efficaci le caratterizzazioni, ottimi i sincronismi dettati dalla regia, così come le controscene cui singoli e gruppi sono costretti, avendo in scena fino addirittura una ventina di personaggi contemporaneamente. Bravi non solo nelle scene ove il ritmo e la tensione giungono a livelli parossistici, ma anche nel momento della pausa pomeridiana, dove nella quiete momentanea sono le riflessioni e le indagini introspettive più accurate a prendersi lo spazio. A ben guardare, colui che ci si sarebbe potuti attendere quale “mattatore”, il navigato Andrea Castelli, è relegato ad un ruolo marginale, che inoltre pare interpretare senza troppa convinzione e senza sprecarvi più di tanto le sue doti interpretative. Insomma un ruolo che avrebbe potuto ricoprire qualcun altro, anche meno blasonato. Ma forse il vero motivo dell'ingaggio di Castelli è che la neonata compagnia professionale regionale necessitava proprio del nome noto per avere la giusta visibilità. In definitiva si può dire che la partenza del nuovo progetto cuturale non è stata male, anche se la scelta del testo e la voglia di impiegare da subito così tanti attori non si è rivelata una scelta vincente. Per restare in tema si potrebbe dire che per questo inizio si è voluta mettere … troppa carne al fuoco.

di Paolo Corsi

visto ad Ala – Teatro Sartori – il 6 dicembre 2016


Ultimo aggiornamento Mercoledì 07 Dicembre 2016 12:45