IL METODO GRÖNHOLM PDF Stampa E-mail
Martedì 07 Agosto 2018 16:05

Buona prova di Estravagario Teatro, alle prese con la sfida del “teatro di parola” di Jordi Galceran

La definizione “teatro di parola” è di per sé un ossimoro, assodato che il teatro è soprattutto “azione”. Ma se ben costruiti, i dialoghi e le battute possono indurre un moto virtuale, comunque percepito come azione, tanto che le azioni vere e proprie possono essere ridotte ai minimi termini. Ma rimane un'operazione rischiosa, di sicuro molto più difficile di un teatro che, al contrario, può scegliere di fare a meno delle parole.
Evidentemente affezionata alle sfide, la compagnia Estravagario Teatro di Verona, dopo essersi cimentata con successo nel teatro di pura azione (il loro Balera Paradiso di qualche anno fa, dove non si spiaccicava una parola che sia una per tutte le due ore di spettacolo), ha deciso questa volta di prendere la direzione opposta, portando in scena Il metodo Grönholm del drammaturgo catalano Jordi Galceran.
La piece è una spietata illustrazione di un altrettando spietato metodo di selezione del personale, che mette alle strette con invadenza i candidati, sottoponendoli a pressione, sfidandoli ed umiliandoli in quella che può considerarsi una gara di resistenza in un perfido gioco psicologico.
A quattro candidati, una donna e tre uomini, di fatto rinchiusi in una piccola sala riunioni sorvegliata da telecamere (a loro insaputa), vengono proposti una serie di “esercizi” di selezione finalizzati all'individuazione del candidato idoneo all'assunzione in una grande azienda del settore dell'arredamento (la “Dekia”, riferimento esplicito alla nota casa svedese di mobili a basso costo). Attraverso dei monitor un'impiegata dell'azienda comunica, di volta in volta, le prove a cui sottoporsi, liberamente, ma con la pena dell'esclusione al primo rifiuto.
A ben guardare, una situazione che è più vera di quel che si può credere e inquietante quanto basta, proprio grazie alla verosimiglianza. Per certi versi lo spettacolo evoca la stessa inquietudine degli episodi della serie “Black mirror”, in sospensione tra la consapevolezza della forzatura nella finzione e il vago timore che potrebbe benissimo non essere affatto una finzione. I dialoghi sono ben costruiti e le battute azzeccate, per un mix di comicità e senso del tragico che tiene lo spettatore sulla corda.

Nella prima parte, a dir il vero, si ha un po' la sensazione che l'impresa di avvincere con il teatro di parola sia destinata a fallire, essendo il primo atto caratterizzato dalla fase di studio vicendevole dei personaggi e non ancora maturi i tempi per l'accensione dei conflitti. Nella seconda parte invece le situazioni si fanno più interessanti, aumenta la suspence e la curiosità, oltre l'attesa per i colpi di scena che si percepiscono nell'aria. Colpi di scena che però non arrivano o comunque non hanno il fragore atteso, e in questo sta il punto debole del testo, che rimane interessante ma anche prevedibile e poco stupefacente. Così la vicenda si smorza disattendendo varie aspettative, più o meno legittime, lasciando solo il senso di inquietudine instillato attraverso la provocazione e la consapevolezza che i lieti fine sono rari nel mondo reale. Ma forse lo scopo finale di questo testo è proprio questo!
La scena unica è interessante, con le sue geometrie di quadrati bianchi, rossi e neri vagamente ipnotiche, e la trasparenza del tavolo, le sedie, bottiglie e bicchieri posti al centro della stanza (gli unici elementi davvero “trasparenti” in questa storia). Una composizione scenica presumibilmente claustrofobica nelle intenzioni, ma qui depotenziata in questo aspetto: la stanza che avrebbe dovuto essere un cubo è invece aperta e ariosa, ciò per probabili esigenze tecniche dettate da dimensioni e disposizione del palcoscenico.
Tutti molto bravi i quattro attori (Roberta Zocca, Fausto Tognato, Luca Fioravanti e Marco Mirandola), impegnati anche ad esprimere personalità multiple. Disinvolti nei movimenti scenici (che la regia, per altro efficace, di Ermanno Regattieri e Tiziano Gelmetti limita fin troppo) e corretti nella dizione e nella modulazione dei toni, così come nella mimica e nella gestualità. Particolarmente apprezzato Fausto Tognato, che alle qualità descritte ha aggiunto una naturalezza nella recitazione che lo ha contraddistinto.
Forse l'idea sul “Teatro di parola” non è cambiata a fine spettacolo nella misura auspicata da Tiziano Gelmetti nel suo messaggio in locandina, tuttavia questo spettacolo rimane una proposta di qualità, ben costruita e rappresentata, che merita tutta l'attenzione di chi ama il teatro.

di Paolo Corsi

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Agosto 2018 19:33