TONIN BELLAGRAZIA PDF Stampa E-mail
Recensioni
Mercoledì 22 Agosto 2018 15:53

Allestimento classico ma con un approccio moderno. Spettacolo sobrio e scorrevole. Buone le interpretazioni, con qualche passaggio sopra le righe.

La Compagnia Giorgio Totola di Verona festeggia quest'anno il suo 30° anniversario con la ripresa di Tonin Bellagrazia di Carlo Goldoni, in scena in questi giorni al Cortile Arsenale. Un omaggio all'attore e regista, di cui la compagnia porta il nome, che per anni è stato una significativa figura nel panorama teatrale italiano, nonché capostipite di una famiglia di artisti che ne proseguono l'insegnamento.
La commedia, nota anche con il titolo Il frappatore, è del 1745 e probabilmente non rappresenta la miglior espressione dell'arte del grande commediografo veneziano. Scritto su richiesta di un comico conterraneo che voleva una parte su misura, tale da esaltare la sua eccellenza in certe caricature, il testo ruota attorno alla figura di Tonin Bellagrazia, uno sprovveduto borghese un po' tonto, che si compiace di stare in mezzo ai nobili. Questi, ingolositi dalle di lui ricchezze, se ne fanno beffa sfruttandolo e svillaneggiandolo. Ma lui sembra non accorgersene, o comunque non curarsene, rimanendo sempre felice e contento, un'anima bella e pura, al confronto di quelle ciniche e corrotte degli aristocratici che lo circondano. La figura di Tonin sarebbe drammaturgicamente solo di contorno agli intrecci tipicamente goldoniani degli amorosi, dei padroni e dei servi, presenti anche in questa commedia, ma è talmente forte il suo impatto scenico, che ogni momento e ogni situazione ne subiscono l'influenza, persino quando il nostro non è nemmeno in scena. Ne fa un po' le spese anche l'onnipresente figura di Arlecchino, al quale Tonin ruba la leadership della traccia squisitamente comica dell'opera, relegandolo a un ruolo insolitamente marginale, per quanto sempre efficace e funzionale.


Ciò che traspare chiaramente dal testo è esattamente ciò che si vede anche in scena, dove un bravo caratterista come Massimo Totola monopolizza l'attenzione e concentra su di sé le aspettative del pubblico. Con un'interpretazione davvero esilarante, l'attore rende pienamente il carattere del personaggio, pur con qualche eccesso di verve, più veronese che veneziana (ma a Verona, con pubblico veronese, può succedere), che talvolta lo porta a strabordare. Bella anche la tradizionale caratterizzazione di Arlecchino da parte di Stefano Bosi, così come stilisticamente corrette appaiono le interpretazioni del resto del cast, pur con qualche saltuario incespicare nella dizione, segno forse di un rodaggio ancora in corso. La regia dello stesso Massimo Totola punta alla funzionalità, eliminando ogni stacco e interruzione del ritmo, a favore di una narrazione fluida e coinvolgente. Non a caso ne esce una messinscena di durata contenuta, dove però non manca nulla, che il pubblico segue attentamente. Ancora meglio sarebbe stato evitare l'intervallo, non necessario per il pubblico, né, si presume, per attori ormai navigati come questi, né tantomeno per cambi scena, del tutto assenti. L'aspetto scenico è infatti uno degli elementi più apprezzabili: una specie di castello da gioco (di Marzio Rossignoli), con scale e passatoie costruite con tubi verniciati oro e tavole di legno, consente accessi e uscite verso e da più direzioni, espandendo in più direzioni lo spazio scenico utilizzato dagli attori nei loro spostamenti. Alcune sedie in stile, a loro volta dorate, completano l'essenziale e funzionale arredo. Belli anche i costumi di Daniela Corso e Luciana Martini, giusti nella connotazione dei personaggi. Gradevoli le composizioni di Giannantonio Mutto per musiche di scena e canti dei protagonisti. Un Goldoni minore, approcciato in maniera classica, ma con uno sguardo moderno, sobrio e interpretato bene, per una gradevole serata a teatro.

di Paolo Corsi

visto a Verona – Cortile Arsenale – il 21 agosto 2018

 


Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Agosto 2018 19:32