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Lunedì 14 Novembre 2011 10:57

Canti Rocciosi

 

Damavoci

 

Io, Giulietta

 

Voci di donne

 

La Cordata

 

Libero il Cielo

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orchestra

 

angelo mio La Traviata L'erede Prima pagina Vos de Mont
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Chorus Io 2 figlie e 3 valigie Coro anch'io Lanaro 1 Lanaro 2 Lanaro 3
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Di sola madre suicida Amleto pic Medico pazzi Libro Opera A qualcuno piace caldo
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Turandot Oltre i confini
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Le voci e i suoni delle montagne (VeronaTime - Anno 4 Num 27 - dicembre 2006/gennaio 2007)

Proseguono al Teatro Nuovo di Verona gli appuntamenti con il Festival Atlantide, organizzato dalla Fondazione Atlantide e dall’Orchestra Accademia I Filarmonici di Verona. Venerdì 22 dicembre alle ore 21 sarà la volta di Canti Rocciosi, uno spettacolo che ha per protagonista la montagna, alla quale si ispirano le composizioni per orchestra d’archi e coro alpino del compositore e violoncellista Giovanni Sollima, oltre a fiabe e leggende musicate da Philip Glass. La montagna è sempre stata ispiratrice di composizioni musicali e continua ad esserlo, come testimonia questo lavoro di Sollima, commissionato nel 2001 dall’Apt del Trentino per la manifestazione I Suoni delle Dolomiti e protagonista nel 2002 delle celebrazioni per l’Anno Internazionale Della Montagna. La sua prima esecuzione è avvenuta nell’agosto del 2001 ai 2.871 metri di quota del Col Turond  sulle Dolomiti di Fassa, dove un pubblico di quattromila appassionati di musica e montagna ha potuto godere l’evento in una splendida cornice naturale. Canti Rocciosi è un omaggio musicale alla montagna su testi che lo stesso Sollima ha liberamente tratto da uno scritto di Dino Buzzati, da una terzina del Purgatorio di Dante, da frammenti di Addio alle armi di Hemingway, dal canto popolare Monte Canino e da proverbi e filastrocche in ladino della trentina Val di Fiemme e in siciliano antico delle Madonie, le montagne di quella Sicilia in cui il compositore è nato e vive. Ne escono sei brani stilisticamente variegati anche dal punto di vista musicale. Il coro di voci maschili, assieme alle suggestioni del canto alpino, offre l’originalità di esecuzioni in cui utilizza anche forme insolite come il clapping ed il rap. L’orchestra si distingue a sua volta per originalità, quando trasforma i suoi archi in strumenti a percussione. Il tutto per assecondare le dinamiche sonore, i cambiamenti ritmici e gli effetti armonici che rendono questi brani gradevoli e coinvolgenti. La voce recitante che si affiancherà all’ensemble sarà quella di Paolo Valerio.

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Le sorelle del gospel (VeronaTime - Anno 4 Num 28 - febbraio/marzo 2007)

Il gospel, il canto religioso popolare dei neri statunitensi, nasce come reinvenzione degli inni religiosi occidentali, per raccontare le situazioni sociali ed esistenziali della comunità afroamericana in condizione di emarginazione. A partire dagli anni Trenta, quando emerge come musica religiosa nelle chiese afroamericane, conosce un’inarrestabile diffusione, fino a divenire in anni recenti, una delle matrici del funky e di altre popolari forme musicali nere. Per la sua immediatezza e per la potenza comunicativa, il gospel è famoso in tutto il mondo e sono numerosissimi, ovunque, i gruppi che a vari livelli si cimentano con questo genere. A Legnago però, ve n’è uno che merita particolare attenzione. Si tratta del Damavoci Gospel Singers, un gruppo nato nel 2000 e composto di sole voci femminili, che fa della ricerca della qualità e dell’originalità un punto fermo del suo fare musica. A dispetto della sua giovane età, questo ensemble ha già maturato una notevole esperienza. Esegue i brani del repertorio canonico, ma anche composizioni originali e perfino rielaborazioni di pezzi classici, come ad esempio il Messia di Haendel, arricchiti con arrangiamenti funk soul che li rendono unici. Sono queste scelte stilistiche, unite all’elevata preparazione musicale curata dalla direttrice Paola Mattiazzi, gli elementi che permettono ad un gruppo di questo tipo di distinguersi nel panorama dei numerosi cori gospel regionali e nazionali. Anche la scelta della sola vocalità femminile va in questa direzione, pur imponendo spesso uno sforzo supplementare per adattare le particolarità timbriche del gruppo e mantenere così risultanze armoniche ed effetti d’insieme di alta suggestione. Il gruppo collabora con formazioni strumentali come l’orchestra d’archi Lybera Orchestra, la Art School Jazz Band ed il Cotton Quintet, che normalmente lo accompagna. Il Damavoci Gospel Singers da un paio d’anni è anche promotore di un’interessante iniziativa: il Gospel Festival città di Legnago. A differenza dei tanti festival che si propongono in varie città italiane, quello del Damavoci offre di volta in volta nuovi modi di accostarsi al gospel: non solo concerti ma anche dibattiti, spazio alla danza africana oppure, come previsto per la prossima edizione, approfondimenti sulla poesia e la letteratura africana. Comprendere dunque il gospel andandone alle radici. L’appuntamento con la terza edizione del festival sarà al Teatro Salieri di Legnago nei giorni 14 e 15 aprile 2007. Per informazioni: www.damavoci.com – Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

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Giulietta senza far drammi (VeronaTime - Anno 4 Num 29 - aprile/maggio 2007)

Un modo insolito di raccontare la storia d’amore più famosa del mondo è quello proposto da Beatrice Zuin con il suo spettacolo “Io, Giulietta”. Insolita la prospettiva, quella di Giulietta già defunta (“sono morta, ma sono viva per raccontarvi come sono morta”), ed il suo racconto in flashback di come sono andate le cose. Insolita la forma, quella del teatro di figura, dove i pupazzi sono gli altri protagonisti della vicenda (fatta eccezione per Romeo, che è un “volontario” in carne ed ossa scelto tra il pubblico). Insolito, infine, il linguaggio, che con la sua modernità, va diretto all’attenzione anche del pubblico più giovane. Ecco allora una Giulietta che invia ipotetici sms, come d’obbligo stringatissimi, al suo Romeo, mentre una radiocronaca dai toni calcistici narra della scaramuccia tra i Montecchi e i Capuleti. Giulietta si rivolge direttamente al pubblico, raccontando e riproponendo gli episodi salienti e Beatrice Zuin, che le dà corpo e voce, è brava nel caratterizzare i personaggi e nel movimentare la scena, spostandone continuamente il punto focale dal balcone alla piazza. Ci si diverte, grandi e piccoli, benché si narri un dramma. Nulla viene mascherato o ridimensionato: né la morte dei due protagonisti, né la crudeltà delle situazioni. Emergono i conflitti generazionali ed il peso delle convenzioni sociali, ma più di questi, ancora una volta, il messaggio d’amore che comunque esce da questa storia triste. Un messaggio che non smette mai di toccare l’animo degli innamorati, che anche a Verona cercano l’esaudirsi dei loro più intimi desideri, invocando l’aiuto di quella Giulietta, emblema dell’amore sublimato, cui a milioni si rivolgono con quel tocco irriverente alla bronzea statua del cortile di casa Capuleti.

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Voci di donne (VeronaTime - Anno 4 Num 29 - aprile/maggio 2007)

“La musica come un grande paese da esplorare, immenso e fantastico. Ci si addentra con curiosità e timore…e se ti prende la passione, poi, non vuoi più uscirne”. Si presentano così le ragazze del coro Banshees di Pedemonte, racchiudendo in una frase tutto il fascino della loro passione. Il primo obiettivo è quello di fare l’esperienza diretta della musica, troppo spesso fruita passivamente. Lo strumento principe è la voce, immediato ed affascinante, in quanto noi stessi siamo lo strumento e non ce n’è un altro che sappia trasmettere le emozioni in maniera così diretta. Queste ragazze cantano di tutto, dai canti liturgici alle colonne sonore di film celebri, dal musical al jazz, fino a brani inglesi di origine medievale, presi dal repertorio del gruppo inglese delle Mediaeval Baebes. Scoprire mano a mano le proprie possibilità vocali e ciò che di bello si può creare insieme, infonde entusiasmo alle coriste, instancabili nello sperimentare e nel creare offerte musicali per se stesse, prima che per altri. Fermo restando l’obiettivo finale di ogni artista, che è quello dell’esibizione del proprio lavoro, il coro Banshees è anche una sorta di laboratorio in cui si sperimenta e si impara: ciascuno può proporre brani, che vengono valutati, esplorati ed utilizzati per prendere coscienza dei propri mezzi e per percepire quanto sia possibile migliorare. Ne è prova il fatto che certi brani vengono utilizzati solo come puro esercizio per mettere alla prova e stimolare le proprie capacità esecutive. L’attuale connotazione femminile, espressa anche nel nome del gruppo (quel “Banshee”, spirito femminile della tradizione celtica), così come la preminenza del mezzo vocale, non intendono limitare le esperienze e la crescita artistica. Al contrario, il giovane coro e la sua direttrice Miriam Cristanelli, auspicano la creazione di un gruppo misto, con il quale allargare il repertorio nel campo del jazz, dove la presenza delle voci maschili è significativa. Per lo stesso motivo cerca collaborazioni con band o gruppi strumentali, con i quali organizzare manifestazioni musicali. Il Banshees ha sfoggiato da subito la sua vitalità, facendosi conoscere attraverso la partecipazione a vari eventi e manifestazioni culturali e si sta già preparando ad incidere il suo primo CD. Tra i suoi pezzi forti, alcuni brani delle già citate Mediaeval Baebes, brani tratti da film (“Happy Ending” da New York New York, “I will follow him” da Sister Act), musical (“Let the Sunshine In” da Aquarius), pezzi singoli del repertorio americano e rielaborazioni di brani jazz (Duke Ellington), solo per citarne alcuni. Spazio dunque a questa giovane formazione, che ha tutte le intenzioni di far parlare di sé.

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I primi 10 anni ac-Cordati insieme (VeronaTime - Anno 4 Num 30 - giugno 2007)

Giunge quest’anno al traguardo del decimo anniversario il coro “La Cordata”, un gruppo misto di circa 35 persone tra i 20 e i 50 anni, che ha sede in B.go Milano a Verona. Nato nell’ambito delle rassegne scout, il coro cantava già dal 1980, ma è nel 1997 che ha ricevuto il suo  battesimo e il nome attuale. Spesso basta un nome per capire molto della realtà che vi sta dietro. Il termine scelto indica un gruppo di alpinisti legati alla stessa corda in un’ascensione. E’ un’immagine che esprime in maniera efficace un legame, e se si va a guardare alla storia del coro, si scopre che la scelta non può essere stata casuale. I coristi sono legati dalla comune passione per il canto, ma non solo: alla base del loro rapporto c’è una condivisione di valori che essi intendono testimoniare proprio attraverso il canto. Scrivono di loro stessi: “Vogliamo che le nostre canzoni raccontino qualcosa, non siano solo belle armonie e buone esecuzioni ma che siano coinvolgenti, che il testo sia poesia... anche di poche parole”. Se si dà un’occhiata al loro repertorio, non c’è da dubitarne. Esso esprime, tra l’altro, una varietà non comune, sotto vari punti di vista: un viaggio tra epoche (dal Medioevo ai giorni nostri), tra stili e autori (da Juan del Encina a Bepi De Marzi, da Beethoven a Eric Clapton), tra contenuti e messaggi (la terra, la gente, la fede, il mondo). Molto significativa e di sicuro interesse artistico è l’esperienza della divulgazione dei salmi di padre David Maria Turoldo, le sue poesie della fede, del dolore, della speranza e della fiducia, resa possibile grazie alla collaborazione con Bepi De Marzi, amico di vecchia data del coro e punto di riferimento nel suo processo di maturazione artistica. Processo che lo ha portato a muoversi anche su altri orizzonti: l’esplorazione del panorama internazionale (Spagna e America Latina), il periodo medioevale (madrigali e danze coeve), spirituals e altro ancora. Non mancano mai però dei punti fermi come l’attenzione verso la terra di origine, cantata con le canzoni di Bepi De Marzi e Alessandro Anderloni, o l’amore per la vita e la tradizione, espresso in quelle di Marco Maiero, alla cui poetica e sensibilità il coro si sente molto vicino. Poiché la ricerca di contenuti non può prescindere dalla cura della forma, in quanto è attraverso la forma che si esprime il contenuto, il coro non ha mai smesso di perseguire il miglioramento delle proprie capacità espressive, giovandosi delle forti motivazioni di tutti i coristi e dell’indispensabile contributo del proprio maestro Francesco Peruch, poliedrico e preparato musicista, che fin dalle sue origini lo dirige con passione e impegno. Nell’apertura e nel confronto con altre realtà il coro individua un altro importante strumento di crescita, e a tal fine organizza ben due rassegne annuali, con importanti partecipazioni ed un prestigio crescente. Il coro è da sempre iscritto all’associazione AGC, alla quale collabora in un rapporto di attiva partecipazione.

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Libero il Cielo (VeronaTime - Anno 4 Num 31 - luglio 2007)

Nel vasto panorama veronese di enti ed associazioni che operano nel sociale con finalità di promozione umana, merita una particolare attenzione l’associazione culturale T’ho trovato. Essa si propone, attraverso varie iniziative, di favorire la conoscenza e la valorizzazione della cultura e dell'arte. Ma la sua particolarità, sta nel fare dell'espressione artistica non solo il mezzo attraverso il quale diffondere la "cultura del bello" (in piena sintonia con chi ha scritto che “la bellezza salverà il mondo”), ma anche lo strumento con cui testimoniare i valori in cui essa si riconosce, che sono i valori cristiani e universali di amore, unità e solidarietà. L’arte è lo strumento per eccellenza per esprimere contenuti e di questo sono pienamente convinti gli amici dell’associazione, che non a caso hanno scelto un momento artistico per trasmettere il loro messaggio. Momento che si concretizza nello spettacolo Libero il cielo, fatto di musiche, canti, immagini e movimenti coreografici, assai godibile e di forte impatto. Ancora una volta ci si affida all’arte, espressa nelle nuove forme e con gli strumenti del nostro tempo, per mandare un messaggio forte e coinvolgente. Sul palco una trentina di voci miste, corrette e sicure, che interpretano le canzoni, originali nel testo e nella musica, prodotte dallo stesso gruppo. Canti corali si alternano ad interventi solistici, dove si esprimono alcune voci di particolare qualità. Le musiche, ricercate e mai banali, sono nel contempo orecchiabili, varie nel carattere ora energico ora disteso e riflessivo, eseguite con l’accompagnamento “live” di tastiere e chitarre. Ad impreziosire lo spettacolo si susseguono, proiettate sullo sfondo, immagini evocative, sincronizzate con i canti. Non mancano brevi azioni coreografiche ed alcuni suggestivi momenti di poesia, che attingono all’eredità morale di grandi testimoni del nostro tempo, come Madre Teresa di Calcutta e Karol Wojtyla. Toccante il momento centrale dello spettacolo, dedicato alla giovane Chiara Badano, strappata alla vita a diciotto anni da una grave malattia, dopo aver donato se stessa agli altri. Dall’esempio di quella che per tutti ora è “Chiara Luce”, serva di Dio, arriva l’esortazione alla speranza e alla gioia. Momenti per riflettere, dunque, ma anche grandi esplosioni di gioia, dove l’energia emana dal palco e scende in platea. Punto di riferimento per il gruppo e autentico trascinatore è Carlo Bertoni, coautore delle musiche e direttore del coro, nonché bravissimo interprete solista di alcune tra le più belle canzoni del concerto. Il gruppo ha già inciso un CD dove sono raccolte canzoni per la liturgia e i momenti di preghiera

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Orchestra ad alta quota (VeronaTime - Anno 4 Num 31 - luglio 2007)

L’ intuizione di abbinare l’arte alla natura, che già in tante occasioni ha raccolto il pieno consenso del pubblico, potrà nuovamente esprimersi nello speciale evento di domenica 22 luglio, quando sul palcoscenico naturale dei Monti Lessini, ai 1465m di quota di Malga Lavacet, si esibirà in un concerto di musica classica un’intera orchestra di 35 elementi. Si tratta dell’Orchestra delle Venezie, diretta dal violinista Giovanni Angeleri, già vincitore nel 1997 del Primo Premio al “Paganini” di Genova. L’evento fa parte delle manifestazioni di “Voci e luci in Lessinia”, la prima rassegna di musica, teatro e cinema, voluta e organizzata dalla Comunità Montana e dal Parco Naturale della Lessinia. Dal 23 giugno e per tutta l’estate, fino al 1 settembre, andranno in scena vari spettacoli in diverse località della Lessinia veronese e trentina. Luoghi suggestivi come il Ponte di Veja, il Cóvolo di Camposilvano, la Valle delle Sfingi, i pascoli e le malghe dell'alta Lessinia, saranno i palcoscenici naturali in cui si esibiranno artisti di calibro internazionale. Direttore artistico della rassegna è Alessandro Anderloni, apprezzato regista teatrale e cinematografico di Velo Veronese, grande conoscitore e amante di questi luoghi. L’ intento non è quello di incrementare un turismo di massa, ma di attirare un’attenzione rispettosa verso queste montagne, attraverso il linguaggio delle emozioni suscitate dall’arte. In caso di maltempo il concerto si terrà alle 21.00 nel Teatro Vittoria di Bosco Chiesanuova.

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Il teatro per non dimenticare (VeronaTime - Anno 4 Num 32 - agosto/settembre 2007)

La rassegna di teatro estivo nei cortili ha visto il debutto a S. Eufemia di “1943 - Angelo mio…voci e memorie” di Silvano Lugoboni e Ilaria Peretti, nuova produzione della compagnia La Pocostabile, con la regia di Mario Peretti e Lucia Ruina. Il testo racconta un periodo doloroso del secondo conflitto mondiale: l’odissea dei soldati italiani impegnati nella disperata ritirata in  Russia nei primi mesi del 1943. Le notizie frammentarie che giungono dal fronte alimentano speranze e nello stesso tempo ansie e cattivi pensieri, che si cerca di scacciare sforzandosi di condurre una vita il più normale possibile. Così un piccolo spaccio accanto alla stazione diviene il luogo di ritrovo di mogli, sorelle, padri, madri e amici, di quei soldati di cui si attende con ansia il ritorno, mentre ci si stringe gli uni agli altri cercando di mantenere vive le sempre più esili speranze. C’è anche chi, nella disperazione, cede alla tentazione di un amore clandestino, che scalda il cuore per alcuni istanti, ma poi lo gela nella morsa dei sensi di colpa. La lettura di ogni lettera che arriva dalla Russia diventa un rituale collettivo, dal quale ognuno trae motivo di speranza, anche se la lettera è vecchia di un mese! La messinscena si avvale di un’ abile combinazione di tecniche teatrali: filmati, voci fuori campo, musiche dal vivo e controscene intraviste dietro un velo che segna un confine impenetrabile, mentre l’inesorabile scorrere del tempo è ricordato dal veloce roteare di lancette di orologio proiettate sullo sfondo ad ogni stacco scenico. Alla fine il velo cade, il confine è superato, ma lo superano in pochi e quei pochi non sono più gli stessi, sfigurati dall’orrore di ciò che i loro occhi hanno visto. E’ uno spettacolo di forte impatto emotivo, per i contenuti e per il realismo espresso dalla recitazione spontanea degli attori, agevolati in questo anche dall’uso del dialetto, che hanno offerto una buona prova corale. Un apprezzabile esempio di teatro che documenta e tiene viva la memoria.

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Una Traviata del nostro tempo (VeronaTime - Anno 4 Num 33 - ottobre 2007)

L’allestimento areniano de La Traviata di Verdi, con la regia di Graham Vick e le scene e costumi di Paul Brown, testimonia quanto a volte conservare attraverso il rinnovamento sia un paradosso solo apparente. Considerata la notorietà dell’opera, quella di Vick e Brown assume il sapore di una sfida: salvaguardare ed esaltare lo spirito originale attraverso un rinnovamento del linguaggio espressivo, contro ogni  tradizionalismo. L’ambientazione è ai giorni nostri e gli aspetti più scabrosi e provocatori escono proprio da questa contemporaneità. La protagonista, personaggio in vista della mondanità, si muove assediata da paparazzi ed attorniata da uno stuolo di nottambuli che al mattino girano come zombi barcollando e vomitando gli eccessi dello sballo. Elementi scenici al limite del kitsch dominano ogni scena, dando un taglio realistico ed attuale alla vicenda ed ai personaggi (esplicito il riferimento iniziale agli omaggi floreali a Lady Diana). Sulla scena attorno ai protagonisti, si muovono figuranti e ballerini, mentre il coro è disposto ai lati, quasi un prolungamento dell’orchestra, a far da spettatore della vicenda. I coristi sono vestiti tutti in frac e cilindro, questo si in linea con la tradizione, ma con il chiaro intento di creare un contrasto. L’effetto ottenuto non è diverso da quello della prima rappresentazione veneziana del 1853: allora fu il racconto delle vicissitudini di una mantenuta d’alto bordo a sconcertare il pubblico, mentre questa volta è la vita trasgressiva di una Violetta regina del gossip e dei festini a base di alcool, sesso e droga, a provocare un pubblico abituato a vedere queste cose in televisione, non certo all’opera. Di qui le manifestazioni di dissenso da parte di alcuni spettatori, che unite a quelle della parte di pubblico a cui la scenografia ha penalizzato la visuale, hanno più volte interrotto lo spettacolo. La proposta, a nostro parere, resta comunque attraente ed efficace, in quanto i conflitti che caratterizzano l’opera e che sono così mirabilmente sottolineati dalla musica, non escono affatto sminuiti. Una sola perplessità deriva semmai dal contrasto tra l’immagine moderna dei personaggi ed il loro lessico ottocentesco. La regia è senza dubbio innovativa e, ripensando a Piave e forse ancora più a Dumas, anche filologica. Il cast vocale si è dimostrato all’altezza: Inva Mula, dopo un avvio incerto condizionato dalle interruzioni (evitato il Mi bemolle della cabaletta), si è ben ripresa dando il meglio nelle arie intimistiche e nei duetti; Roberto Aronica è stato un Alfredo corretto, facendo bene senza strafare (regalando comunque il Do della sua cabaletta); Ambrogio Maestri nei panni di Giorgio Germont non è partito bene subito, con acuti inizialmente un po’ forzati, ma è poi andato in crescendo. Buone le prove dei comprimari e del maestro Julian Kovatchev, la cui direzione, benché priva di spunti di particolare originalità, è stata rigorosa e precisa.

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Goldoni per tutti i tempi (VeronaTime - Anno 4 Num 33 - ottobre 2007)

La compagnia La Maschera onora il terzo centenario dalla nascita di Goldoni con la messinscena di una sua opera minore: L’erede fortunata. La vicenda si svolge a Venezia, dove la giovane Rosaura, per volontà del defunto padre, è costretta a sposare il suo tutore Pancrazio Aretusi, pena la perdita dell’intera eredità. Ella ama però, ricambiata, Ottavio, figlio devoto di Pancrazio, che per non privare il padre e l’amata dell’eredità è disposto a sacrificare il suo amore. Ma anche il dottor Balanzoni, fratello del defunto, è interessato all’eredità e con lui il nipote Florindo, che ha delle mire su Rosaura. Le manovre dei contendenti, che coinvolgono anche il genero e la figlia del tutore, oltre ai servi di casa, conducono la vicenda verso la soluzione più accomodante per tutti. La scenografia è essenziale e con la presenza di pochi elementi si adatta sia alle scene d’interno che di esterno. La collocazione temporale è posticipata in pieno ‘900 e ciò si rivela una sperimentazione vincente, perché capace di conservare la tradizione attraverso un’idea di rinnovamento. Gli intrecci infatti funzionano benissimo, premiando la scelta registica di Jean Bertozzo, che con il mirato uso delle maschere mostra inoltre come i “tipi” della Commedia siano ancora tutti lì, quand’anche a viso scoperto. Buona la prova dei protagonisti, tra i quali si è distinto Claudio Gallo (Pancrazio), curato nella dizione ed appropriato nella mimica. Bene anche Christian Stanzial, che ha ben caratterizzato il personaggio un po’ dandy di Lelio. Francesca Spezie ha divertito ridicolizzando la gelosia della sua Beatrice, mentre Claudio Andreani ha presentato un Arlecchino originale, lento nel movimento e nel pensiero. Buone le prestazioni di Roberto Zamboni (Dottor Balanzoni), Paolo Bertagnoli (Florindo), Gian Enrico Bertacche (Trastullo), Mara Seghetti (Fiammetta), Eddy Rizzati (notaio) e dei due spasimanti, Alessandro Boer e Mariacristina Filippin. Apprezzamenti ripetuti da parte del numeroso pubblico.

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Lo scoop prima di tutto (VeronaTime - Anno 4 Num 34 - novembre 2007)

Il Gruppo Teatro Einaudi Galilei chiude il ciclo di rappresentazioni a S. Eufemia con Prima pagina di B. Hecht e C. MacArthur, una bella commedia che tratta in maniera satirica il mondo dei giornali e sbeffeggia taluni aspetti della società americana. Ambientata negli anni ’30 nella sala stampa di un penitenziario di Chicago, racconta le peripezie di tre agguerriti cronisti, impegnati a scrivere il pezzo più esclusivo sulle ultime ore di un condannato a morte. Vi è anche un quarto cronista che avrebbe però deciso di cambiare lavoro e dedicarsi ad una vita più tranquilla, se non fosse incalzato dalla sua scaltra direttrice, che non lo vuole mollare. Le vicende, anche private, si intrecciano coinvolgendo parenti, amanti, personale del penitenziario e finanche il povero condannato, un idealista omicida per caso e per sfortuna, che però alla fine verrà graziato. Un testo pimpante, molto ben diretto ed interpretato. L’elemento caratterizzante della scena è la semigabbia che sbarra tutto il proscenio, ad eccezione di un varco centrale che apre la visuale sulla stanza; il fondale è un muro di mattoni a vista con una finestra al centro e gli arredi sono scarni ed in sintonia con l’ambiente: scrivanie rudimentali, porte in ferro e gli immancabili telefoni. In mezzo si muovono i giovani attori, con una disinvoltura ed una capacità interpretativa impressionanti, risultato di un’accurata preparazione ma anche di un indubbio talento. La loro prova è esaltata dalla regia di Renato Baldi e Alessandro Gennari, artefice di sincronismi perfetti ed espedienti efficaci, come quello di far emergere a turno la voce di un cronista sulle altre durante le concitate telefonate in redazione, effetto che genera un movimento virtuale e imprime delle accelerazioni al ritmo. Particolarmente azzeccata è la scelta delle musiche, sul genere swing dell’epoca, utilizzate negli stacchi ma anche a scena aperta. Una bella serata, dunque, ed un’ ulteriore conferma per la compagnia giovanile veronese.

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La voce del monte (VeronaTime - Anno 4 Num 34 - novembre 2007)

Sarà a Verona a fine novembre, ospite del coro La Cordata, il Vôs de mont di Tricesimo (UD), coro maschile diretto da Marco Màiero, apprezzato autore di composizioni sempre più presenti nei repertori dei cori. Il Vôs de mont è quello che si definisce un “coro d’autore”, in quanto interpreta esclusivamente i brani composti da Màiero (un altro illustre esempio sono I Crodaioli di Bepi De Marzi). La diffusione delle composizioni di Màiero testimonia l’apprezzamento per il suo stile poetico (sono suoi anche i testi, che scrive in italiano ed in friulano) e per il linguaggio musicale che si distingue per la semplicità armonica e l’immediatezza delle melodie. Tutto ciò in sintonia con la tradizione popolare, che i canti di Màiero mirano a conservare e rivalorizzare. In contrapposizione a certe tendenze della musica contemporanea, egli predilige, infatti, un ordinato ambiente tonale, rifuggendo dall’idea che il facile sia sempre banale ed il difficile sia per forza anche bello. Come lui stesso ha però precisato, questo non significa una scrittura banale, ma una composizione capace di rinnovarsi e mantenersi al passo con i tempi, attraverso elementi tradizionali. Con la sua poetica e con l’accessibilità delle melodie e delle armonie, Màiero si mantiene vicino alla sensibilità della gente, raccogliendone costantemente il consenso. Apprezzamento del pubblico dunque, ma anche della critica, a giudicare dai prestigiosi premi nazionali ricevuti per l’impegno a favore della coralità. Màiero deve il suo successo in gran parte al suo coro, che egli utilizza come laboratorio ove sperimentare nuove soluzioni e verificare in prima battuta l’impatto emotivo dei canti. Tutto questo, come lui stesso sottolinea, grazie alla preparazione ed alla grande disponibilità dei coristi. E’ merito di questa disponibilità, per esempio, se è stato possibile aprirsi a nuove esperienze, come l’allestimento dello spettacolo teatrale con l’attore Massimo Somaglino, superando in questo modo l’immagine stereotipata di “coro di montagna”. Il coro ha all’attivo cinque registrazioni discografiche, l’ultima delle quali (L’è ben vêr) nasce da un interessante progetto culturale: una raccolta di 38 villotte friulane di autore sconosciuto. La villotta è una forma polifonica di origine rinascimentale su brevi testi popolari, che dalla fine dell’ottocento è entrata nell’uso comune per indicare i canti in friulano con contenuti attinenti alla sfera della tradizione. Quelle di questa raccolta parlano dei temi più vari come l’amore, l’emigrazione, la guerra, i bambini. Màiero le ha musicate in maniera sobria, al fine di conservarne l’origine schiettamente popolare, anche se in qualche caso ne ha ampliato la struttura armonica. Il coro La Cordata è stato tra i primi cori veronesi a far propri ed a diffondere i lavori di Màiero ed ora, grazie a questo concerto organizzato con il patrocinio dell’AGC, darà modo di poterli ascoltare direttamente dalla voce del Vôs de mont.

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Chorus canta il Natale (VeronaTime - Anno 4 Num 35 - dicembre 2007/gennaio 2008)

Il Gruppo Ritmico Corale Chorus, nota compagine corale mista diretta da Carlo Bennati, sta per uscire con un nuovo lavoro discografico dedicato al Natale. Il gruppo si è già fatto conoscere ed apprezzare negli anni attraverso l’ intensa attività concertistica e le precedenti produzioni discografiche (“Feel the spirit”,  “ChorusInCovers”, ”Ch2orus for Water”) partecipando anche a trasmissioni televisive della RAI e di alcune televisioni private. Si tratta, vale la pena di ricordarlo, di un nutrito gruppo (ben cinquanta, le voci, tutte di gran pregio), spesso accompagnato da un piccolo ensemble strumentale (pianoforte, basso, batteria e chitarra), che grazie alla sua configurazione versatile e polivalente riesce a spaziare in un repertorio insolitamente vasto: dalla musica leggera internazionale alle colonne sonore dei film, dalle musiche dei cartoons a brani di ispirazione popolare e religiosa, trascritte ed arrangiate in buona parte dallo stesso direttore. Particolare attenzione viene posta anche alla qualità ed al contenuto dei testi, sempre ispirati a valori come la solidarietà, l’amicizia e la fratellanza. Nel 2005 Chorus si è reso protagonista di un progetto dall’alto significato sia in chiave ecologistica che solidaristica, dando vita all’evento “Chorus for Water”, promosso assieme a Legambiente e patrocinato dal Comune di Verona. Tale evento, che ha trovato spazio anche su queste pagine, si è concretizzato in una serie di concerti in luoghi con una stretta relazione con l’acqua ed ha raccolto fondi a favore del progetto “Acqua e biodiversità” di Minas Gerais, in Brasile. Ora, in occasione delle prossime festività natalizie, giunge puntuale la pubblicazione dell’ultimo impegno discografico, un CD dal titolo Christmas Songs, che propone celebri melodie natalizie rielaborate dal direttore e confezionate su misura per questo coro. I suoi estimatori vi ritroveranno le sonorità sorprendenti e spettacolari che caratterizzano i concerti e le altre produzioni, attraverso l’ascolto di brani classici (Cantique de Noël, Aria sulla 4 corda), di ispirazione jazz (Chesnuts roasting on an open fire, Have yourself a merry little Christmas), popolari sudamericani (Alegria, Aleluia, Feliz Navidad, En Nombre del Cielo), popolari (Jodler di Natale), della tradizione cristiana europea (Stille Nacht, Adeste Fideles, The first Noel, Ninna Nanna), pop (The Prayer), di ispirazione Gospel (Happy Day). Il CD verrà presentato con dei concerti nel mese di dicembre a Caldiero e a Verona.

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Una commedia tutta d'un sorso (VeronaTime - Anno 5 Num 36 - febbraio/marzo 2008)

Successo a S. Maria in Organo per la compagnia Gli Insoliti Noti con la commedia brillante Io 2 figlie e 3 valigie, tratta da “Oscar” di Magnier ed adattata da Donato De Silvestri. Nella piece teatrale ambientata nei primi anni ‘70, che ha avuto anche una riuscita versione cinematografica con protagonista Louis de Funès, gli intrecci sono tipici del genere, tra scambi di persone ed oggetti, come sempre efficaci, poiché generano una serie di situazioni intrinsecamente esilaranti: ci sono valigie dal contenuto più o meno prezioso che per una serie di equivoci continuano a cambiar di mano e due figlie, legittime o meno, che aspirano al matrimonio; infine le manovre di uno dei pretendenti che cerca di ingraziarsi ed allo stesso tempo mettere alle strette il padre di queste, che è anche il suo principale. Nelle intenzioni della compagnia vi è quella di rendere omaggio al citato Louis de Funès, nel tentativo di riportarne sulla scena la vena comica. Operazione che riesce in buona parte a Donato De Silvestri, nei panni del padrone di casa Barnier, di cui è bravo ad esasperare le emozioni soprattutto attraverso una mimica accentuata e quasi caricaturale. Se da una parte qualche perplessità è generata proprio da un’eccessiva accentuazione, va riconosciuta a De Silvestri una notevole capacità di tenuta della scena, sulla quale egli è praticamente sempre presente. Non gli è da meno il bravo Mirko Zamperini, nei panni di Christian, figura tra lo scaltro e l’impacciato, fidanzato della figlia di Barnier. Ad interpretare quest’ultima, un’ottima Valentina Rose, impegnata nel duplice ruolo di entrambe le figlie, caratterialmente assai diverse. Meritevole anche la prova del resto della compagnia, guidata dalla regia accorta di Vincenzo Rose: Anna Maria Rippa (cameriera), Roberta Gini (moglie di Barnier), Ettore Carcereri (massaggiatore), Carlo Alberto Scandola (secondo fidanzato e autista) e Giovanna Scandola (domestica). Apprezzamenti finali da parte del numeroso e divertito pubblico.

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Coro: istruzioni per il miglior uso (VeronaTime - Anno 5 Num 36 - febbraio/marzo 2008)

Quello della coralità è un mondo ben lungi dall’essere in crisi, se non altro per la gran quantità di persone che coinvolge. E’ una realtà che si alimenta con il ricambio generazionale, che  pretende però un continuo sforzo di rinnovamento e di ricerca, pena la disaffezione sia degli esecutori che del loro pubblico. Ma il materiale umano c’è e ci sarà sempre, perché l’uomo, fin dall’infanzia, ha bisogno di cantare. E cantare insieme è un’esperienza che può essere decisamente appagante. Si tratta, dunque, di non disperdere questo patrimonio, affidandolo a persone che lo sappiano mantenere vitale. Dall’interesse per il mondo corale e con il proposito di contribuire alla sua valorizzazione, nasce il progetto Coroanch’io, uno stage per direttori ed insegnanti, organizzato dall’Accademia Musicale Sergio Martinelli di Sandrà. Lo stage è strutturato in quattro giornate a tema, durante le quali i partecipanti avranno modo di “analizzare, discutere, cantare, dirigere, provare e riprovare”. Nel corso di ciascuna giornata, infatti, verrà svolto un lavoro di analisi, lettura di brani al pianoforte e concertazione con coro-laboratorio. Un’impostazione tutt’altro che teorica, visto che i partecipanti avranno modo di lavorare direttamente con lo “strumento”, vale a dire un coro vero da far “suonare”. I cori a disposizione saranno ben quattro (uno per ogni giornata, in attinenza con il tema), tutti di riconosciuta qualità: Voci del Baldo (Verona), Ecclesia Nova (Boscochiesanuova), Amicanto (Malo), Conservatorio “E.F. Dall’Abaco” (Verona). In quanto ai temi delle quattro giornate, ce n’è abbastanza per esplorare a tutto tondo questo mondo variegato: “Il tradizionale o cerchiamo nuove idee?” (il coro maschile di derivazione popolare); “3+3 sacro e profano” (il coro misto a cappella); “Dal respiro al suono” (il coro scolastico e di voci bianche); “… e basta co ‘sto inglese, evviva l’Italiano!” (il coro giovanile). Ogni giornata si concluderà con un concerto serale, momento dedicato all’incontro del coro con il pubblico. Sarà una verifica finale di quanto appreso nella giornata da coloro che devono portare al pubblico il prodotto musicale. Non sarà però il solito concerto “a scatola chiusa”, bensì un’occasione utile e godibile per tutti, pubblico compreso, che si svolgerà con modalità particolari, come interventi improvvisati e la visione di filmati. Il docente del seminario sarà il maestro Mario Lanaro. Personalità di spicco del mondo corale e musicale in genere, compositore, direttore di coro e d’orchestra, docente al conservatorio di Verona e ospite in vari seminari, Lanaro ha fatto del divulgare la musica attraverso la composizione e l’esecuzione, il suo impegno quotidiano. E’ uno di quegli artisti che amano la musica e la sanno far amare, coinvolgendo nell’esperienza musicale la totalità della persona. Con tali presupposti, è quanto mai probabile che questa prima edizione di Coroanch’io sarà un successo che non rimarrà senza seguito.

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Mario Lanaro (VeronaTime - Anno 5 Num 37 - aprile/maggio 2008)

Noto ed apprezzato musicista vicentino, Mario Lanaro è veronese di adozione, per la ormai quindicennale attività al conservatorio Dall'Abaco, dove insegna esercitazioni corali  e per la collaborazione ad iniziative locali come Coroanch'io, stage per direttori organizzato dall'Accademia Musicale Martinelli e appena concluso. <br>Lanaro ha fatto della divulgazione della musica il suo impegno quotidiano, che svolge attraverso la composizione, l’esecuzione e la didattica, con stile e metodi innovativi sempre più apprezzati. Ama fare musica, ma anche parlarne, e l’occasione per conoscerlo meglio diventa un piacevole ed interessante incontro.

Qual è innanzitutto lo stato di salute della coralità?

E' buono, c’è un certo fermento ed un recupero della qualità, che ultimamente si era un po’ persa. Sta però cambiando il modo di far coro: una volta era soprattutto vivere un momento socializzante, mentre ora non è più del tutto così. Nei molti giovani che si avvicinano al canto, prevale una motivazione artistica, che impone l’adeguata preparazione dei direttori. E’ una trasformazione legata al ricambio generazionale, che a volte i cori fanno fatica ad accettare, rischiando di pagarne le conseguenze.

Come a dire: o si cambia o si muore?

E' un dato di fatto di cui va preso atto senza fare drammi. Del resto è la sorte toccata anche alle antiche cantorie delle chiese, anche se più per cause sociali, culturali e di moda: si è lasciato spazio ai cori giovanili ed all’idea di rendere tutto molto quotidiano e immediatamente accessibile, con il conseguente abbassamento del livello qualitativo. Quello dei cori di oggi però è più un problema legato al modo di proporre la propria offerta musicale.

Cioè?

Un coro non può più permettersi di orientare la sua azione in maniera preponderante verso l'attività sociale, organizzando feste, gite, premiazioni ed altri eventi extramusicali. Tutte cose lodevoli, ma che non c’entrano con la musica. Spesso i cori impongono all’ascoltatore momenti legati alla propria vita, che interessano poco o niente. Il pubblico viene per ascoltare della musica, non per assistere alla consegna delle targhe o ai discorsi delle autorità. Non ci sarebbe niente di male a destinare queste cose ad altre occasioni.

Però si è sempre fatto così. Sono cambiate le esigenze del pubblico?

Sono cambiati i ritmi di vita, che sono più veloci. Ed il coro è uno strumento lento. Chi decide di ascoltarlo gli deve dedicare tutta la propria attenzione per l’intera durata dell’esecuzione. Non è come ammirare un quadro per un tempo a piacere. Quindi va proposto l'essenziale evitando, per esempio, di tediare con presentazioni lunghe e noiose. La protagonista di un concerto deve essere la musica.

E se il problema fosse proprio la musica proposta?

Non c'è dubbio che un certo rinnovamento dei repertori, dando spazio a nuove idee e nuovi compositori, gioverebbe a tutti. Materiale su cui lavorare ce ne sarebbe, anche senza prestiti dalle tradizioni straniere, così accattivanti per i giovani. La musica leggera italiana, tanto per dire, offre tantissimo per un approfondimento ed un’esperienza corale. Penso ad esempio ad autori come Fabrizio De André, che ha una musica ricchissima di spunti per nuove composizioni ed esecuzioni. Ma così anche molte altre realtà della tradizione italiana. D’altra parte c'è anche tanta musica di assoluto valore che merita di essere diffusa e fatta apprezzare in maniera più efficace.

Significa una maggior diffusione della cultura musicale?

Si, ma non si tratta di far diventare tutti degli intenditori. Che per apprezzare la musica sia necessario intendersene è un grosso malinteso. Come giudichiamo un dipinto anche senza sapere di storia dell'arte o un libro anche senza essere laureati in lettere, così dovremmo accostarci alla musica senza timori. Gli americani usano il verbo to play, per dire sia suonare che giocare. Hanno inventato i metodi che ti fanno suonare Per Elisa con due dita. Non c'è niente di male in un approccio di questo tipo, se riesce ad avvicinare alla musica. Poi ciascuno deciderà se approfondire o fermarsi lì. D'altra parte ci si dovrebbe convincere che alla musica, come anche al teatro e alla danza, bisognerebbe dare più spazio all'interno della formazione scolastica. Sono discipline che fanno parlare il corpo, sempre meno abituato ad esprimersi, perché sostituito dalla tecnologia. E' una questione di formazione della persona nel senso totale. Ma ci sono già dei segnali positivi.

Qualche esempio?

In alcune scuole dove svolgo la mia attività c’è un livello di qualità che sta crescendo in maniera importante. Si comincia a lavorare sull’aspetto sensoriale, la respirazione, la dizione e così via, fino a far riconoscere e riprodurre i suoni. Alla fine i bambini cantano tutti e alcuni già cominciano a leggere la musica. Davvero notevole. Non si tratta di preparare il coretto per il saggio di fine anno, ma di fare un' esperienza formativa significativa, prendendo coscienza che il canto da solo merita una sua attenzione. Così dalla sensorialità e traduzione in semplici fonemi si passa alla canzone cantata in coro. Questo vuol dire avere un maestro davanti, a cui devi dedicare tre minuti di attenzione. E’ un esercizio di concentrazione e autonomia importante per bambini che sono abituati a cambiare canale con il telecomando appena si stufano di un programma. In questo senso l’educazione corale è particolarmente importante.

E’ un processo educativo che non andrebbe abbandonato dopo la scuola dell’obbligo.

Fortunatamente si riesce a fare un buon lavoro anche con i cori giovanili scolastici, dove l’obiettivo è far passare il messaggio che fare musica è riscoprire cose essenziali della nostra vita. E’ un lavoro su se stessi che usa la musica come mezzo. La musica può aiutare a contrastare la tendenza ad isolarsi e a valorizzare la fisicità e le potenzialità espressive del nostro corpo.

Non sembra però che i programmi delle scuole superiori abbiano recepito queste indicazioni formative.

In alcuni casi la situazione è addirittura paradossale: si studiano Pascoli, Manzoni e Dante e non si parla di Mozart, Beethoven o Vivaldi. C’è chi, grazie a studi di storia dell’arte sa descrivere la facciata di un palazzo cinquecentesco e per contro non ha mai ascoltato una messa di Palestrina. Come se lo spirito culturale di un certo periodo storico avesse influenzato alcune forme dell’arte e non altre.

Quando si tornerà, anche in Italia, a riconoscere alla musica il suo alto valore formativo?

Un certo modo di presentare le cose non può lasciare indifferenti. In giro per il mondo si stanno facendo cose incredibili. Si pensi al Venezuela e al metodo Abreu, tanto caro a un grande musicista come Claudio Abbado: attraverso la musica tanti giovani sono stati strappati alle bande criminali ed hanno trovato prospettive di futuro. Ma anche qui a Verona si fanno delle bellissime esperienze, come il progetto Disegnare Musica di Elisabetta Garilli, che considera l’insegnamento musicale uno strumento per la migliore formazione umana. Sono segnali incoraggianti.

Al di fuori del mondo scolastico, in che modo si può fare opera di sensibilizzazione?

Molte associazioni e gruppi che operano nel campo musicale hanno capito che con interventi di un certo tipo si può fare molto a favore della musica. Coroanch’io, per esempio, è un’iniziativa che intende dare una formazione di un certo tipo ai direttori, che sono le persone che hanno la maggior responsabilità nella preparazione di un coro. Non si tratta solo di conoscere la musica, ma anche di saper catturare l’attenzione di chi ti sta di fronte, esternare l’entusiasmo, la tranquillità e l’amore per quello che stai facendo.

Ed al termine di questo incontro l’impressione che il maestro Lanaro ci lascia è proprio quella di una grande e contagiosa passione per la musica.

Box - Chi è.

Organista e compositore, direttore di coro e orchestra, docente e studioso, inizia giovanissimo a dirigere cori, sua principale attività. Alla guida di varie formazioni ha vinto prestigiosi concorsi nazionali, mentre analoghi riconoscimenti sono giunti dalla sua attività di compositore. Dal 1993 è titolare della cattedra di Esercitazioni Corali al Conservatorio E.F. Dall’Abaco di Verona. Nel 2005 è stato invitato al prestigioso Busan Cultural Center, in Corea del Sud, dove ha diretto La Traviata di Verdi. E’ consulente di gruppi corali e strumentali, autore di varie pubblicazioni ed organizzatore di corsi di perfezionamento. Con Scrivi che ti canto ha ideato un concorso poetico e musicale riservato alla scuola dell’obbligo. Per il suo particolare metodo didattico è molto richiesto da gruppi corali e scuole.

www.mariolanaro.it

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La natura dell'uomo (VeronaTime - Anno 5 Num 38 - giugno/luglio 2008)

Una storia per riflettere su un tema di attualità ed il romanzo come mezzo per raccontarla in maniera avvincente. Nasce da questi presupposti Di sola madre, della veronese Lisa Albertini (Ed. QuiEdit). Protagoniste, in una Parigi contemporanea, due donne legate da un rapporto particolarissimo: Justine e Odette, rispettivamente madre e figlia per effetto di un esperimento di clonazione umana. I loro destini, uniti e subito separati, tornano casualmente a riunirsi in là negli anni, riaprendo le porte a dubbi e turbamenti mai del tutto sopiti. Le esistenze in apparenza normali, sono in realtà condizionate dal timore di Justine di aver commesso un criminoso atto contro natura, prima ancora che contro la legge umana, mentre il tormento di Odette è il senso di incompletezza per l’assenza di un padre biologico. Il tema è decisamente attuale, ma lo scopo dell’autrice non è tanto quello di analizzare gli aspetti medico-scientifici e i risvolti etici e morali, quanto piuttosto i contraccolpi psicologici che possono entrare in gioco quando gli interventi sulla natura umana sono di questa portata. Il linguaggio è ricco di immagini suggestive, usate con dovizie di particolari per creare ambientazioni e descrivere stati d’animo. Lo stile ricercato, rifugge quel minimalismo linguistico caratteristico di molte opere narrative recenti, giocando con la musicalità di termini ingiustamente desueti. Le vicende vengono raccontate con uno sguardo intimista attento alle sfumature psicologiche più lievi, di personaggi immersi in atmosfere romantiche, preservate dalla frenesia della città contemporanea. Non manca tuttavia una certa tensione narrativa che fa leva sulla curiosità di sapere quale sarà l’epilogo e quali le risposte che si porterà dietro. Così la storia, che si sofferma sovente a tratteggiare personaggi e contesti, da un certo punto accelera il ritmo, avviandosi con crescente coinvolgimento verso un finale che, pur delineando una presa di posizione piuttosto chiara, evita di emettere sentenze, lasciando volutamente sospeso più di un interrogativo.

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La farsa si fa sociale (VeronaTime - Anno 5 Num 39 - agosto/settembre 2008)

Quando si è convinti di essere sottovalutati, bistrattati e incompresi, che c'è di meglio del farsi desiderare nel ruolo di aspirante suicida? E che ciò avvenga per caso, non importa all'assortito manipolo che si avventa sul volontario, ciascuno per asservire il significato del gesto alla propria causa. E' questa, in estrema sintesi, l'idea attorno alla quale ruota il testo di David Conati "Cercasi suicida disperatamente", liberamente tratto da "Il suicida" di Nikolay Erdman e messo in scena dalla compagnia Armathan. Si può parlare di "farsa sociale", guardando alla meschinità di personaggi improbabili, ma anche inquietanti nella loro verosimiglianza, o anche di "commedia macabra", vista l'apparente leggerezza con cui si trattano temi solitamente molto seri. Sta di fatto che è una commedia, la cui comicità velata di grottesco è di quelle che spingono alla risata, senza però far mai rilassare del tutto lo spettatore. L'estraniazione spazio temporale suggerita dal testo è ben colta dalla scenografia circense, vivacemente colorata, dove gli elementi del quotidiano vivono solo nella loro rappresentazione simbolica. Per gli stessi motivi l'azione scenica è svincolata da obblighi di plausibilità, requisito per nulla imprenscindibile. Insomma, non importa se un letto non è un vero letto e nemmeno il fatto che gli attori entrino ed escano da luoghi improbabili. La compagnia offre una prova generosa, all'altezza della situazione, per quanto non sempre impeccabile. L'azione è incalzante ma non sempre fluente, mentre alcuni significati del testo si perdono nella frenesia delle battute. Fatto, questo, che crea, specialmente all'inizio, un certo disorientamento, per la difficoltà ad individuare il formarsi degli intrecci della vicenda. Si tratta comunque di una messinscena impegnativa, e all'Armathan va riconosciuto anche il merito della valorizzazione di un certo tipo di teatro, meno tradizionale e meno "sicuro". Un impegno apprezzabile ed apprezzato dal pubblico presente.

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L'Amleto è servito in salsa piccante (VeronaTime - Anno 5 Num 40 - ottobre 2008)

Il Gruppo Teatro Einaudi Galilei ed il suo inesauribile regista Renato Baldi, hanno dato conferma delle loro qualità, riproponendo un’esilarante messinscena di Amleto in salsa piccante di Aldo Nicolaj. Si tratta di un testo che di per sé è in grado di offrire garanzie di successo, ma va tuttavia sottolineato come questa rappresentazione lo abbia ulteriormente valorizzato. Quella di Nicolaj è una rilettura dell’Amleto shakespeariano, in cui vi è un cambio radicale di prospettiva e da cui ha innesco una serie di situazioni dall’effetto comico esplosivo. Gli episodi salienti del noto dramma rimangono l’ossatura della storia, ma anziché costituire le basi del dramma, diventano spunti per la farsa. La vicenda è interamente ambientata nelle cucine del castello di Elsinore, dove il cuoco Froggy è affaccendato da mattina a sera a preparare succulenti portate, tanto gradite al re e alla regina, quanto snobbate dal problematico principe Amleto. Nella cucina sempre in subbuglio giungono gli echi degli avvenimenti, ma lì puntualmente si distorcono, cambiano significato e protagonisti, e danno vita a tante vicende nella vicenda. Scene e costumi, curati nei particolari, danno un’ambientazione gradevole fin da subito, mentre un’ attenta regia rende incalzante e fluido il ritmo scenico (godibilissime le scene cantate delle portate in tavola). I giovani attori hanno ben figurato per dizione, mimica, sostegno del ritmo e tenuta delle controscene, con un gran bel lavoro d’insieme. Notevoli, infine, alcune caratterizzazioni, come quella di Paola Pegoraro, nel ruolo della regina Gertrude.

 

 

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La voce ai giovani (VeronaTime - Anno 5 Num 40 - ottobre 2008)

Verona ospiterà dal 20 al 24 ottobre la seconda edizione di Note di Spiritualità, il Festival Giovanile di Musica Sacra promosso dall'Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune. I giovani e la musica saranno protagonisti dell'evento, che vedrà impegnati gli allievi di prestigiosi conservatori italiani ed europei, a cominciare da quello di Verona, chiamato ad aprire il Festival con l'esecuzione dell'oratorio The Crucifixion di John Stainer. Con il coro del Conservatorio Dall'Abaco, saranno protagonisti il tenore Diego Buratto, il baritono Alberto Spadarotto e l'organista Massimiliano Raschietti. La direzione sarà affidata al Maestro Mario Lanaro, che è anche il docente di esercitazioni corali del conservatorio veronese, responsabile dunque della preparazione dei coristi. I presupposti per la buona riuscita del concerto ci sono tutti, considerata la qualità delle giovani voci e la professionalità del maestro Lanaro. Nelle precedenti occasioni in cui si ha avuto modo di ascoltarlo, l'impressione che questo coro ha dato è stata ottima, non solo per la preparazione musicale (scontata, se vogliamo, tranttandosi di studenti di conservatorio), ma anche per la qualità del suono, non altrettanto scontata, se si considera che i componenti sono in gran parte strumentisti e non cantanti. Quanto all'opera proposta, si tratta di una delle piùnote composizioni di musica sacra di John Stainer, compositore inglese vissuto nella seconda metà dell'800, eseguita nelle chiese inglesi soprattutto durante la Settimana Santa. Sicuramente meno noto dalle nostre parti, questo oratorio per coro misto, organo e soli, merita senz'altro di essere conosciuto ed apprezzato. C'è infine un particolare che lega il compositore alla città di Verona: John Stainer morì proprio qui il 31 marzo del 1901. Il concerto si terrà al mattino per le scuole e verrà replicato per la popolazione alle 20.30 nella chiesa di S. Bernardino. Secondo questa stessa fornula si svolgeranno gli appuntamenti dei giorni successivi, che vedranno impegnati in altre quattro chiese di Verona (S. Anastasia, S. Maria della Scala, S. Fermo Maggiore e Cattedrale) altri prestigiosi cori, come quello del Conservatoro dell'Università di Miskolc (Ungheria) dell'Accademia di Musica di Viana do Castelo (Portogallo), del Conservatorio Bonporti di Trento e altre scuole e accademie venete e trentine. La direzione artistica del festival, affidata al maestro Julian Lombana, ha previsto abche dei momenti di approfondimento per favorire la conoscenza dei repertori presentati nei concerti. L'iniziativa è rivolta agli studenti veronesi ed ai loro insegnanti, che potranno prendervi parte il 3 e il 6 ottobre all'auditorium della Gran Guardia.

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Un po' di salutare follia (VeronaTime - Anno 5 Num 41 - novembre 2008)

L’Estravagario Teatro ha festeggiato i vent’anni di attività mettendo in scena L’incredibile storia del medico dei pazzi, una rielaborazione di ‘O miedeco d’e pazze di Eduardo Scarpetta, scritta da David Conati e Massimo Meneghini. La vicenda, resa famosa anche da un film del 1954 con Totò protagonista, racconta di uno studente di medicina che sperpera i denari del ricco zio, facendogli credere di essersi laureato e di dirigere una casa di cura per pazzi. Ma l'arrivo inaspettato dello zio lo costringe ad escogitare uno stratagemma, spacciando la pensione in cui alloggia per la casa di cura e gli ospiti per i pazzi. Le stramberie dei clienti della pensione, ignari del piano del nipote, finiscono per sostenerne involontariamente il gioco, con una serie di esilaranti situazioni di cui è testimone e vittima lo stesso zio. Nella libera interpretazione del testo originale, l’ambientazione è spostata da Napoli a Padova, in pieno periodo fascista. Ne esce un simpatico quadretto, che ritrae le tipiche atmosfere venete degli anni ’40, rese al meglio da appropriati interventi musicali eseguiti dal vivo. La regia di Alberto Bronzato punta sulla caratterizzazione dei personaggi, trasfigurati da un pesante trucco clownesco, che alimentano ritmi e cliché della farsa con componenti dell’avanspettacolo e del balletto-canzone, portando al parossismo l’effetto comico di certe situazioni. Ottima la prova dei singoli e il lavoro d’insieme, per uno spettacolo originale e divertente, con il quale la compagnia ha voluto fare una sorta di elogio di quel po’ di  “sana follia” che fa bene e rende liberi.

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L'opera e la sua storia (VeronaTime - Anno 6 Num 43 - febbraio 2009)

Nelle librerie cittadine è da poco disponibile un nuovo libro che parla della storia dell'Opera Lirica. Verrebbe da chiedersi dove stia la novità e soprattutto se davvero se ne sentiva il bisogno. Ma basta solo sfogliarlo per rendersi conto che non si tratta di uno dei tanti nuovi libri accademici sull'argomento, quanto piuttosto l'espressione del desiderio di condividere un'autentica passione. Non a caso il libro è nato ad uso interno, riservato ad una stretta cerchia di parenti e amici, che hanno poi ritenuto un tal impegno meritevole di maggior visibilità, spingendo per la sua diffusione. Così, dopo l'incontro dell'autrice veronese Luisa Simonetti con l'associazione Lupo della Steppa e con l'editore Delmiglio, il progetto ha trovato realizzazione. L'autrice propone, con stile gradevole e leggero, un viaggio attraverso la storia della musica e dell'Opera in particolare, inserendo qua e là alcune proprie considerazioni personali, che testimoniano il suo attaccamento al genere. Ne è uscito un "canovaccio per principianti" che tutti possono leggere e che, senza avere la pretesa di essere esaustivo, ambisce a suscitare interesse e voglia di approfondire, come auspicato anche dal maestro Gianfranco de Bosio nella prefazione. Un omaggio, infine, ai cittadini della città di Verona, di cui è noto lo storico legame con l'Opera lirica. La grafica e l'impaginazione conferiscono un aspetto piuttosto scolastico, cosa che lo rende forse poco attraente, nonostante le pregevoli illustrazioni di Lorenza Simonetti. Ruolo non trascurabile, però, quello delle illustrazioni, che sembrano fatte apposta per attirare l'attenzione dei bambini (difficile resistere alla tentazione di colorarle), suggerendo un interessante utilizzo: una bella storia da raccontare nelle scuole, oppure a figli o nipoti, seduti sul divano, con l'utile ausilio di qualche ascolto. Qualcosa di simile alla presentazione a cui abbiamo assistito: una gradevole combinazione di letture, immagini e, naturalmente, musica!

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Guazzabuglio Turandot (VeronaTime - Anno 6 Num 44 - marzo/aprile 2009)

 

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Incontro oltre i confini (VeronaTime - Anno 6 Num 45 - maggio/giugnoe 2009)

 

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Ultimo aggiornamento Domenica 04 Dicembre 2011 17:37