L'ALTRA SANREMO, impressioni dal Festival della Canzone d'autore del Club Tenco PDF Stampa E-mail
Mercoledì 14 Dicembre 2011 15:09

ariston

Il teatro è uno dei più famosi, sicuramente il più noto al popolo televisivo, così come la città che lo ospita. Si tratta del mitico Teatro Ariston di Sanremo, dove per una settimana all’anno, attraverso la televisione, entra quasi tutta l’Italia, a celebrare l'evento mondano per eccellenza: il festival della canzone italiana. Ma questa volta il festival è un altro, quello della canzone d’autore del Club Tenco. Sembrerebbe quasi un caso di omonimia, ma la differenza tra le due manifestazioni è sostanziale. Il Tenco è una sorta di figlio minore, che solitamente non finisce sotto i riflettori, anche se, a ben guardare, dovrebbe essere quello l’evento canoro per eccellenza, se la protagonista fosse la qualità della produzione, non solo italiana, della canzone d’autore. E invece il “Tenco” rimane una manifestazione poco parlata, che guadagna si e no qualche trafiletto sulla stampa nazionale. Quest’anno la 36a edizione ha addirittura rischiato di saltare a causa del taglio del 60% dei finanziamenti. Per carità, i tempi sono duri ed è comprensibile che si cominci con il rinunciare al “superfluo”, ma prima di definire ciò che davvero è superfluo, sarà interessante vedere se la stessa parsimonia verrà messa in atto tra qualche mese, quando il rito si ripeterà con ben altra pompa. Ci è voluto un contributo straordinario della SIAE, una volta tanto vista di buon occhio dai fruitori di proprietà intellettuale, e soprattutto la caparbietà di un gruppetto di organizzatori, il Club Tenco appunto (tra essi il veronese Enrico De Angelis), che non se l’è sentita di rinunciare proprio quest’anno, nella ricorrenza del centesimo anniversario della nascita di Amilcare Rambaldi. Quell’Amilcare cantato da Paolo Conte nella canzone che presta il titolo a questa edizione: “robe di Amilcare”, appunto. L’Amilcare inventore di questo festival e riferimento per generazioni di giovani e promettenti talenti, che grazie al Tenco hanno avuto la meritata visibilità e, a vario titolo, il loro successo.

Bastano pochi nomi di artisti legati al “Tenco” ed alla figura di Rambaldi in particolare, per dare l’idea di cosa stiamo parlando: da Fabrizio De Andrè a Francesco Guccini, da Paolo Conte a Roberto Vecchioni, solo per dirne alcuni tra i più noti al pubblico italiano. Da questo festival è passato il gotha della canzone d’autore internazionale, quella canzone che è un artefatto di qualità, a partire dalla forma e dai contenuti dei testi, fino alla musica, veicolo privilegiato dei pensieri e delle emozioni. Non proprio la stessa cosa della meglio nota manifestazione invernale, dove la qualità delle canzoni è un fatto del tutto secondario, poiché il loro successo si basa molto su fattori extramusicali, e dove il fine ultimo è la commercializzazione ed il profitto. E pensare che tra i suoi ideatori vi fu proprio Amilcare Rambaldi. Un “errore di gioventù”, per dirla con lui, o forse un’esperienza utile a correggere poi il tiro. Paradossalmente, la mancanza di fondi che quest’anno ha imposto un ridimensionamento alla manifestazione, l’ha anche riavvicinata a quello che era stato il suo spirito originario: un’essenzialità che va molto d’accordo con la qualità. Anche se è un vero peccato privarsi della sigla (quella “Lontano, lontano” di Tenco, cantata ogni anno da un artista diverso), come è un peccato la riduzione degli incontri pomeridiani ad una sola occasione (anche se con l’autentica “chicca” del cortometraggio su Rambaldi) e i momenti di fine serata, riservati solo all’ultima del sabato. Infine niente “Il Cantautore”, l’interessante programma di sala caratteristico di ogni edizione.  Con questi presupposti era chiaro che l'Ariston non si sarebbe presentato tutto agghindato come lo si vede in televisione, ma non ci si aspettava di trovarlo così spoglio.

 

palco

Nessuna, ma proprio nessuna, scenografia: il fondale non è un neutro telo nero, ma il retro palco nudo e crudo, con tanto di saracinesche per l’ingresso delle scene, corde, scale, paranchi e finestroni che danno sulla piazza retrostante. Il pavimento del palcoscenico è percorso da metri di cavi fissati con il nastro adesivo, che collegano casse, microfoni e strumenti, mentre un gruppetto di instancabili tecnici li sposta e maneggia in tempo reale per le esigenze degli artisti che si susseguono. Eppure è difficile concepire un allestimento più bello e più appropriato di questo. Tra i tanti artisti ce n’è qualcuno di richiamo (Edoardo Bennato, Vinicio Capossela, Luciano Ligabue, a cui è andato il Premio Tenco, assieme a Jaromir Nohavica), ma i più sono giovani cantanti e musicisti di talento, che ancora non si sono affacciati alla grande ribalta della musica leggera (cosa, del resto, che non pare nemmeno interessi loro più di tanto). L’obiettivo principale è fare musica, coltivare una passione che ha già influenzato le loro scelte e condizionato le loro vite. Li conosciamo nelle conferenze stampa del mattino, dove parlano di sé con semplicità, raccontando la loro passione. Sembra di stare in una grande famiglia, dove la gente si conosce, artisti, giornalisti, semplici appassionati, e condivide un comune sentire. C’è una simpatica complicità tra chi presenta, chi intervista, chi fa le domande (per lo più degli appassionati che per combinazione fanno anche i giornalisti) e gli artisti. Ed è un’atmosfera che si respira anche in teatro. Unico denominatore comune: la musica fatta bene. Il festival della canzone d’autore è un’esperienza che merita di essere vissuta, ma soprattutto è una realtà che merita di essere sostenuta, perché la buona canzone d’autore ci fa buona compagnia, ci arricchisce, divenendo talvolta la colonna sonora di tanti nostri momenti


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Ultimo aggiornamento Martedì 10 Aprile 2012 13:21